Franco Adriano, ItaliaOggi 31/01/2012, 31 gennaio 2012
De Benedetti ci riprova con La7 – Il cambiamento d´aria ha già spento il sogno terzopolista oppure è questione di scelte da rivedere?» Quando la Repubblica di Carlo De Benedetti mette a tema La7, occorre leggere tra le righe
De Benedetti ci riprova con La7 – Il cambiamento d´aria ha già spento il sogno terzopolista oppure è questione di scelte da rivedere?» Quando la Repubblica di Carlo De Benedetti mette a tema La7, occorre leggere tra le righe. Se poi si tratta di un taglio (o colpo?) basso, allora gatta ci cova. Per vergare un pezzo come quello di Antonio Dipollina la sintonia con i vertici dell’azienda deve essere totale. Sì, perché, nel tono e nei contenuti più che a un giudizio spassionato sulle difficoltà strategiche, sembra attenere al possibile socio forte con cui Telecom Italia Media può trattare (fino alla cessione del controllo di La7). Nonostante tutto.Nonostante il figlio Rodolfo De Benedetti non voglia («Non sono previste operazioni straordinarie»). Nonostante la legge antitrust (ma gli assetti societari tra Finegil-ReteA e Mtv si possono mettere a posto). Nonostante le resistenze del management in carica. Beninteso, la critica editoriale a La7 dopo tanti complimenti, ci sta tutta: i recenti flop in prima serata di Serena Dandini, Daria Bignardi e Gianluigi Nuzzi vanno ad ingrossare le file di chi non ha mai raggiunto ascolti esaltanti come Corrado Formigli e Gad Lerner. Tanto più, «se fino a poco tempo fa gli addetti ai lavori si davano di gomito e pronosticavano ascese sicure verso il 10 per cento di share stabile in prima serata» mentre «il tg di Enrico Mentana non viene più accolto con ohhhh di meraviglia ma ormai parte del paesaggio (quello sobrio, post-berlusconiano)». Tuttavia, se è vero che per andare in prima serata bisogna fare più ascolto dell’ispettore Barnaby «altrimenti mandano l’Ispettore Barnaby che costa un centesimo», risulta altrettanto evidente quanto nel gruppo editoriale-partito, L’Espresso, si voglia scongiurare una determinata situazione. Che sia l’attuale titolare della concessionaria di pubblicità, Urbano Cairo a mettere le mani su La7, come ipotizzato nei giorni scorsi da rumors che tra l’altro hanno influenzato non poco l’andamento del titolo TiMedia in Borsa. Alla base ci sono ragioni concorrenziali, ma non solo. Cairo, infatti, potrebbe essere legato in questa operazione politico-editoriale (peraltro smentita) all’arci-nemico di sempre. Perciò De Benedetti, nelle stesse ore delle voci su Cairo, è tornato alla carica con l’amministratore delegato di Telecom, Franco Bernabè: per il timore che dietro Cairo comunication possa esserci l’ex presidente del consiglio Silvio Berlusconi in persona, pronto a castigare qualsiasi velleità televisiva dell’Ingegnere (per di più con i 560 milioni del lodo Mondadori). È chiaro che al Cavaliere basterebbe togliere La7 dal mercato, piuttosto che vederla nelle mani di De Benedetti pronta a nuocergli (anche sul piano della raccolta pubblicitaria, in crescita con un contratto che prevede ricavi pubblicitari lordi minimi di 120 milioni). Ecco perché in questa impresa De Benedetti è pronto a giocarsi tutte le carte possibili. Convinto che Cairo da solo non avrebbe le risorse sufficienti per gli investimenti necessari (nonostante i lusinghieri profitti pubblicitari dell’ultimo anno), ha invitato Bernabè a tornare sui suoi passi. Quando in pieno regime berlusconiano l’ad di Telecom teorizzava che La7 non era «strategica per il gruppo». Allora, a fare da spia è stato un articolo di Giovanni Pons sulla possibile cessione di un pacchetto del 20% «in modo da permettere a Telecom di scendere sotto il 50% e poter consolidare i conti di TiMedia». Ma per ora Bernabè sembra non voler cedere alle lusinghe dell’Ingegnere. Intanto, si gode in Borsa le benefiche voci su Cairo e si interroga sulle scelte del direttore Paolo Ruffini (forse un po’ troppo marcato Rai3). Ma, alla fine, potrà fare a meno di prendere in mano il dossier più scottante? Improbabile. La scadenza del suo mandato coincide con quella del governo di Mario Monti e della legislatura. È naturale che giocherà la sua partita e con lui ci saranno altri attori in campo. A partire dall’ad di TiMedia, Giovanni Stella, che giunto in azienda nelle vesti (pratiche) di commissario liquidatore è divenuto protagonista di una vicenda imprenditoriale di successo e potrebbe ora voler svolgere un ruolo indipendente da Bernabè. Ed anche il direttore del Tg di La7, Mentana, l’indiscusso artefice della valorizzazione dell’emittente che ha già posto una questione di libertà «se venissero Rupert Murdoch, De Benedetti o un prestanome di Berlusconi». Infine, non è da sottovalutare il ruolo di Monti (con il presidente Giorgio Napolitano, entrambi attentissimi alla buona stampa e alla buona tv.