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 2012  gennaio 31 Martedì calendario

LA DONNA CHE SBATTEVA NELLE PORTE


A teatro c’è il più bel saggio sul masochismo femminile: “La donna che sbatteva nelle porte”

Chiedetemelo. Chiedetemelo. Chiedetemelo. Ma non glielo chiedeva mai nessuno. “Sono caduta un’altra volta per le scale”. Oppure: “Ho sbattuto nella porta”. Al medico del pronto soccorso non importava, non la guardava nemmeno in faccia. Il naso rotto. Le costole incrinate. I denti che ballavano. Un timpano perforato. Ciuffi di capelli che mancavano. I lividi. Le bruciature. Il braccio slogato. Un mignolo spezzato (il marito gliel’aveva tirato all’indietro finché l’aveva rotto). La medicavano e basta, nessuno la guardò mai negli occhi, al massimo pensavano: alcolizzata. Il romanzo di Roddy Doyle, “La donna che sbatteva nelle porte”, forse il suo più bello, uscì quindici anni fa, in Italia lo pubblica Guanda. La storia delicata e terribile di Paula Spencer e dei suoi sogni, uccisi la prima volta che il marito amatissimo la fece volare da una parte all’altra della cucina. Lei era arrabbiata, aveva ventidue anni ed era incinta (quattro figli, uno perso per le botte), gli aveva detto: “Fattelo da solo, il tuo tè del cazzo”. Bum, un pugno col braccio tirato indietro, la mira e la forza di un bel pezzo d’uomo, bum contro il lavello. Poi lui l’aveva soccorsa. “Tutto a posto? Sei caduta”. Le aveva detto, e forse le aveva comprato del cioccolato, dopo. Da quel giorno in avanti, diciassette anni di orrore. Mescolati all’amore, però, con quel meccanismo devastante che fa credere alle donne che in fondo sia colpa loro, che se avessero risposto: ecco il tuo tè amore, e se non fossero state così incinte, così grasse, se lui le avesse trovate ancora belle, se lui non avesse perso il lavoro, se non fosse stato tanto stanco e lei tanto indisponente, se non gli avesse bruciato la camicia col ferro da stiro per sbaglio, e insomma come si fa a essere tanto sbadate. Se, se, se, mentre va tutto in pezzi. E come si fa a non smettere di amarlo quando la sbatte per terra davanti ai bambini. Roddy Doyle scrive sempre della gente di Dublino, e quella volta raccontò una donna di Dublino, diventò una donna, entrò in ogni angolo del suo cervello, in ogni livido nero e pulsante, scrisse dentro un romanzo il più bel saggio esistente sul masochismo femminile e la resistenza passiva, su quel buco nel cuore che fa dire: posso sopportarne ancora, non è colpa sua.

“La donna che sbatteva nelle porte” è diventato adesso un magnifico monologo teatrale interpretato da Marina Massironi (fino al 5 febbraio a Roma), che si muove dal letto al frigorifero e racconta con grazia quanto ci si può far male, accettando il male. Un signore in sala forse si aspettava uno spettacolo comico (Marina Massironi ha lavorato molto con Aldo Giovanni e Giacomo) su una tizia svaporata che sbatteva nelle porte, e anche se per miracolo letterario si riesce persino a sorridere (Paula racconta i giorni felici, l’innamoramento per quel bonazzo di suo marito che le mangiava le patatine fritte nelle mutande, le infinite possibilità di essere, a partire dai dodici anni, chiamate troie) il signore in sala ha borbottato tutto il tempo, agitatissimo, furioso con la moglie, e se ne è andato scuotendo la testa, torvo, dopo il primo lungo scroscio di applausi. Ma poiché una donna che sbatte nelle porte suona evidentemente bizzarro (anche se mai nessun medico, al pronto soccorso, lo trovò strano, una volta dopo l’altra, mentre Paula Spencer pregava con gli occhi: chiedetemelo, chiedetemelo, chiedetemelo), lo stampatore delle locandine per lo spettacolo ha tappezzato la città, per un errore da psicanalisi, con un titolo più rasserenante, più consono forse alla teatralizzabile isteria femminile, “La donna che sbatteva le porte”. Le donne sbattono sempre le porte, no? Sempre così nervose, impazienti. Come quella volta, l’inizio e la fine di tutto: “Fattelo da solo, il tuo tè del cazzo”. La medicavano e basta, nessuno la guardò mai negli occhi, al massimo pensavano: alcolizzata. Il romanzo di Roddy Doyle, “La donna che sbatteva nelle porte”, forse il suo più bello, uscì quindici anni fa, in Italia lo pubblica Guanda. La storia delicata e terribile di Paula Spencer e dei suoi sogni, uccisi la prima volta che il marito amatissimo la fece volare da una parte all’altra della cucina. Lei era arrabbiata, aveva ventidue anni ed era incinta (quattro figli, uno perso per le botte), gli aveva detto: “Fattelo da solo, il tuo tè del cazzo”. Bum, un pugno col braccio tirato indietro, la mira e la forza di un bel pezzo d’uomo, bum contro il lavello. Poi lui l’aveva soccorsa. “Tutto a posto? Sei caduta”. Le aveva detto, e forse le aveva comprato del cioccolato, dopo. Da quel giorno in avanti, diciassette anni di orrore. Mescolati all’amore, però, con quel meccanismo devastante che fa credere alle donne che in fondo sia colpa loro, che se avessero risposto: ecco il tuo tè amore, e se non fossero state così incinte, così grasse, se lui le avesse trovate ancora belle, se lui non avesse perso il lavoro, se non fosse stato tanto stanco e lei tanto indisponente, se non gli avesse bruciato la camicia col ferro da stiro per sbaglio, e insomma come si fa a essere tanto sbadate. Se, se, se, mentre va tutto in pezzi. E come si fa a non smettere di amarlo quando la sbatte per terra davanti ai bambini. Roddy Doyle scrive sempre della gente di Dublino, e quella volta raccontò una donna di Dublino, diventò una donna, entrò in ogni angolo del suo cervello, in ogni livido nero e pulsante, scrisse dentro un romanzo il più bel saggio esistente sul masochismo femminile e la resistenza passiva, su quel buco nel cuore che fa dire: posso sopportarne ancora, non è colpa sua. “La donna che sbatteva nelle porte” è diventato adesso un magnifico monologo teatrale interpretato da Marina Massironi (fino al 5 febbraio a Roma), che si muove dal letto al frigorifero e racconta con grazia quanto ci si può far male, accettando il male. Un signore in sala forse si aspettava uno spettacolo comico (Marina Massironi ha lavorato molto con Aldo Giovanni e Giacomo) su una tizia svaporata che sbatteva nelle porte, e anche se per miracolo letterario si riesce persino a sorridere (Paula racconta i giorni felici, l’innamoramento per quel bonazzo di suo marito che le mangiava le patatine fritte nelle mutande, le infinite possibilità di essere, a partire dai dodici anni, chiamate troie) il signore in sala ha borbottato tutto il tempo, agitatissimo, furioso con la moglie, e se ne è andato scuotendo la testa, torvo, dopo il primo lungo scroscio di applausi.

Ma poiché una donna che sbatte nelle porte suona evidentemente bizzarro (anche se mai nessun medico, al pronto soccorso, lo trovò strano, una volta dopo l’altra, mentre Paula Spencer pregava con gli occhi: chiedetemelo, chiedetemelo, chiedetemelo), lo stampatore delle locandine per lo spettacolo ha tappezzato la città, per un errore da psicanalisi, con un titolo più rasserenante, più consono forse alla teatralizzabile isteria femminile, “La donna che sbatteva le porte”. Le donne sbattono sempre le porte, no? Sempre così nervose, impazienti. Come quella volta, l’inizio e la fine di tutto: “Fattelo da solo, il tuo tè del cazzo”.