Maria Pia Fusco, la Repubblica 31/1/2012, 31 gennaio 2012
Hugo Cabret mi ha riportato indietro nel tempo. Quando Scorsese me ne ha parlato e ho letto il libro illustrato di Brian Selznick mi sono rivisto ragazzino a Macerata
Hugo Cabret mi ha riportato indietro nel tempo. Quando Scorsese me ne ha parlato e ho letto il libro illustrato di Brian Selznick mi sono rivisto ragazzino a Macerata. Avevo dieci anni e il mio amico era il figlio dell´orologiaio della città, che lavorava a casa e aveva l´incarico di caricare l´orologio in cima alla torre sulla piazza. Ci sono salito tante volte e siccome era un uomo grasso e faticava a salire, ogni tanto eravamo io e il mio amichetto ad andare a caricare l´orologio. A Martin l´ho raccontato solo alla fine delle riprese, non volevo apparire come il grande esperto». Dante Ferretti, scenografo, anzi art director, è al telefono da Vancouver, sta preparando The seventh son di Sergej Bodrov, un film dedicato al pubblico degli "orfani" di Harry Potter. Se altri italiani hanno vinto Oscar - Vittorio Storaro e Milena Canonero ne hanno vinti tre - lei ne ha conquistati due per The aviator e Sweeney Todd, ma è il più "nominato" di tutti. Dieci candidature compresa quella attuale per Hugo Cabret, sono un bel record… «Veramente in famiglia sono 18, se calcoliamo le otto candidature di mia moglie Francesca (Lo Schiavo). Ma non parliamo di Oscar, tanto vinceranno altri». Lei dice sempre così. Scaramanzia? «Non ha altre domande?». È vero che Hugo Cabret è stato il film più difficile? «Senz´altro il più impegnativo, perché tutto il film è ricostruito in teatro, a Londra, negli studi di Pinewood e di Shepperton, abbiamo rifatto la strada, la locomotiva, per il corridoio che Hugo attraversa abbiamo creato un labirinto di tubi e di vapore, per la sequenza in cui Méliès gira il suo film abbiamo ricreato uno studio di specchi e di acqua, era la tecnica che lui usava allora per far sembrare che fossero riprese subacquee. Ho studiato tutti i meccanismi degli orologi, ne abbiamo fatti tanti, di dimensioni diverse, secondo l´esigenza delle riprese. In futuro potrei anche aggiustare orologi». Era la sua prima volta con il 3D? «Per me, per Martin, per tutti noi era la prima volta. Ma non è stato complicato, bisognava avere solo più cose in scena per avere un´immagine piena da cui isolare i dettagli. Martin non voleva un 3D invadente con gli oggetti o le persone che sembrano staccarsi dallo schermo, voleva qualcosa di più normale e secondo me è riuscito a dare al pubblico l´impressione di sentirsi dentro il film, non il contrario». Da L´età dell´innocenza ha fatto otto film con Scorsese. Il vostro rapporto è cambiato nel tempo? «Direi di no, è sempre molto esigente e ci scontriamo sempre quando gli mostro i disegni perché dice che vado troppo in fretta. "Fai piano, aspetta, ti prego…". E, come sempre, prima di cominciare, mi costringe a vedere una quantità incredibile di film. Per Hugo Cabret abbiamo visto tutto Harold Lloyd, un´infinità di film muti, l´espressionismo tedesco. In più, quando eravamo a Parigi, Thiérry Frémaux ci ha mostrato un´ora di montaggio dai Lumière e tutta la roba di Méliès. Abbiamo visto anche pezzi di film del primo Novecento girati in 3D, da vedere con occhialini rossi e blu». Ricorda il primo incontro con Scorsese? «Fu sul set di La città delle donne, nel ‘79. Martin venne a trovare Fellini, era con Isabella Rossellini, si erano appena sposati. Fellini e Scorsese avevano grande ammirazione l´uno per l´altro. Fellini si rese conto che ci trovavamo in un bordello, era la sequenza che stavamo girando e gli disse "Martin, non mi sembra il posto ideale per due in luna di miele". Lui si guardò intorno e sorrise imbarazzato, ho scoperto così la sua timidezza. Poi mi ha chiamato ma per un paio di film ero impegnato e finalmente nel ‘93 abbiamo cominciato». Come nasce la passione per il cinema e per la scenografia? «Sono nato e cresciuto a Macerata, una piccola città in cui però all´epoca - sono nato nel ‘43 - c´erano quattro cinema e quattro sale parrocchiali. Non mi piaceva studiare, il pomeriggio riuscivo a scappare e andavo al cinema, vedevo anche tre film al giorno. Per i soldi aspettavo la sera. Mio padre aveva un piccola fabbrica di mobili, tornava a casa stanco, si addormentava e gli rubavo i soldi dalle tasche. Ero innamorato del cinema, non sognavo di fare l´attore come molti amici, sognavo di lavorarci ma non sapevo come. Finché non sono entrato nello studio di uno scultore e da lui ho sentito per la prima volta la parola scenografia. Dissi a mio padre che volevo andare a Roma a studiare Belle Arti, rispose che andava bene, ma solo se avessi superato la maturità. Poiché ogni anno ero rimandato in quattro, cinque materie, era convinto che non ce l´avrei fatta. Mi misi a studiare come un pazzo, promosso con la media del nove. Non riusciva a crederci, ma ha mantenuto la promessa». Scorsese a parte, da quali registi ha imparato di più? «Un po´ da tutti, in genere se accetto un film è perché mi piace il regista, è successo con Tim Burton, come con Gilliam. Ma gli autori che più mi hanno fatto amare il cinema restano Pasolini e Fellini. Con Fellini ho scoperto il cinema dei sogni e della visionarietà, Pasolini è stato il primo a farmi lavorare come scenografo, prima ero un aiuto. Da lui ho imparato il cinema della poesia. Eravamo molto legati, ho curato la sua casa a Sabaudia, con quella di Moravia, ma ci siamo sempre dati del lei».