Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2012  gennaio 31 Martedì calendario

SECONDO CENTENARIO DELLA NASCITA DI CHARLES DICKENS

Oggi chi ha di Dickens il medesimo impegno sociale?

Tra qualche giorno si celebra il secondo centenario della nascita di Charles Dickens (Portsmouth 7 febbraio 1812). Da più parti si stanno organizzando convegni e iniziative anche per sollecitare a ripensare e a rileggere l’opera del grandissimo autore inglese. In particolare ci si chiede se vi sia oggi uno scrittore di pari impegno sociale e dotato della stessa capacità di costruzione di sorprendenti intrecci narrativi; così come ci si chiede se vi sia qualche scrittore la cui opera letteraria possa essere paragonata a quella dickensiana per l’intima aderenza al mondo in essa narrato. In effetti, come è stato sottolineato da moltissimi critici, Dickens conosceva alla perfezione il mondo che raccontava nei suoi scritti. A Londra visse nella zona di Camdem Town, uno dei quartieri della working class a quei tempi tra i più miseri. Dopo l’arresto del padre per debiti (1824), dovette interrompere gli studi per andare a lavorare, giovanissimo, in una fabbrica di lucido per scarpe; questa esperienza lo segnò profondamente rendendolo sensibile alle tristi condizioni delle classi lavoratrici dell’Inghilterra vittoriana. In fondo molte pagine dei suoi romanzi non sono altro che formidabili istantanee sulla tragica realtà urbana successiva alla rivoluzione industriale: bambini abbandonati, operai sfruttati, donne malate e maltrattate, ma anche esseri cattivi e violenti, autentici criminali che rendono la vita dei poveri ancora più insopportabile e disperante di quanto già non lo sia; e poi, quasi un controcanto a questo tema principale della povertà e dello sfruttamento, la denuncia dell’utilitarismo, dell’intima violenza delle istituzioni, della falsa morale vittoriana. Quale scrittore, con quale scrittura, sarebbe in grado di seguire la grande lezione dickensaniana, descrivendo e denunciando la condizione infernale in cui ancora oggi molti uomini vivono? Un altro grande scrittore inglese, C.S. Lewis, illustrando la concezione dell’inferno alla base del suo The Screwtape Letters (1942, Lettere di Berlicche), scrisse: «Io vivo nell’epoca dei Manager, in un modo di "amministrazione"; il male peggiore non è fatto, ora, dalle sordide "tane del crimine" che Dickens amava descrivere. Non è nemmeno appannaggio dei campi di concentramento e di lavoro; in quelli vediamo solo il risultato finale. Ma è ideato e disposto (mosso, pianificato, portato e minuziosamente organizzato) in uffici puliti, decorati, riscaldati e ben illuminati, da uomini calmi, con colletti bianchi e unghie curate, con la barba ben fatta, uomini ai quali non serve alzare la voce. Quindi, di conseguenza, la mia simbologia dell’inferno è molto somigliante alla burocrazia di uno stato di polizia o agli uffici di un’accuratamente sgradevole impresa d’affari». Lewis, a differenza di Dickens, ha conosciuto due guerre mondiali, il nazismo e lo stalinismo, i campi di concentramento e i gulag, ma è anche riuscito a intuire l’assetto esasperatamente burocratico che una società iperindustrializzata tende ad assumere. Egli aveva ragione nell’affermare che il male, "ora-oggi", non ha più l’aspetto delle "sordide tane del crimine", ma quello pulito e sereno di certe multinazionali e company, di certe imprese finanziarie, di una certa ideologia che con insistenza si sta formando e coagulando intorno alle scoperte scientifiche relative all’ingegneria genetica e alle biotecnologie. Da questo punto di vista il compito dello scrittore, e più in generale dell’artista, sembra essere più difficile di quello dei tempi di Dickens, dato che oggi tutto si sviluppa all’interno di una scena, di un’immagine del mondo, sempre più asettica e anestetica, laddove tutto appare «ideato e disposto, mosso, pianificato, portato e minuziosamente organizzato». Ma forse è proprio di fronte a questa algida uniformità, a questa pace così inquietante, che la forza della scrittura di Dickens può risultare dirompente ed esserci ancora d’aiuto. G.K. Chesterton, in un saggio sullo scrittore inglese di recente tradotto in italiano (Una gioia antica e nuova. Scritti su Charles Dickens e la letteratura, Marietti 2011), scrisse: «Era un uomo di sensazioni. A oggi, non c’è altro artista capace di rendere con la stessa forza la prima impressione sulle persone, e per Dickens le sensazioni erano elementi che si respiravano nell’aria. Egli sentiva che il potere mercantile era diventato oppressivo e insostenibile anche per il cristiano (...) Il fatto che Dickens percepisse tutto questo è ancora più incredibile se pensiamo che non lo capiva. È per questa ragione dunque che Dickens deve essere studiato alla luce dei cambiamenti che il suo spirito avevano saputo anticipare. Thackeray è diventato un classico. Ma Dickens ha fatto di più: è rimasto moderno».