Giorgio Meletti, il Fatto Quotidiano 28/1/2012, 28 gennaio 2012
GASOLIO, PARTITE IVA E OPERAI IL CONTAGIO DEI FORCONI - È
come vedere una pentola d’acqua che inizia a bollire. Raggiunti i fatidici 100 gradi, cominciano a formarsi le prime bolle, e non si sa perché proprio in quei punti e non in altri. Misteri della termodinamica. Allo stesso modo politologi e sociologi non sanno spiegarsi perché la rivolta delle piccole imprese parte dalla Sicilia, perché contagia l’Abruzzo, perché si innesca in Sardegna in modo peculiare, assieme alla protesta operaia. Eppure la foto di gruppo non lascia dubbi. Chiamateli forconi, chiamatelo movimento anti-Equitalia . Sono i lati di un prisma sfaccettato che si forma nel punto di rottura della crisi economica. Un fenomeno di cui fanno parte anche i 50 suicidi in tre anni censiti nel Nord-Est tra piccoli imprenditori e semplici lavoratori piega-ti dai colpi della recessione: un posto di lavoro perso, una fattura che lo Stato non paga, un debito diventato all’improvviso insostenibile.
E C’È ANCHE la protesta dei tassisti da tenere presente: rispetto alla rivolta contro la liberalizzazione di Pier Luigi Bersani, quel movimento ha riproposto il solito copione di torti e ragioni , ma con una novità sostanziale: oggi i tassisti sono davvero più poveri di quattro anni fa. E così si allunga la lista di proteste rumorose e mute diserzioni, accomunate dalla legittima incapacità di formulare soluzioni, perché la crisi ha le radici nelle trasformazioni dell’economia globale, ed è difficile vedere vie d’uscita.
Il movimento dei forconi, in Sicilia, apparentemente ha una lista di rivendicazioni. Chiedono il gasolio per autotrasporto a 70 centesimi, l’elettricità a 30 centesimi al chilowattora. A muoversi è il reticolo di piccole aziende messe alle strette dai prezzi dell’energia: autotrasportatori, agricoltori, pescatori. In Sicilia circolano circa 300 mila autocarri merci. Si può stimare a spanne che dimezzare il prezzo del gasolio costerebbe allo Stato attorno al miliardo di euro. Lo sconto sull’elettricità per la regione peserebbe sulla casse dello Stato poco meno.
DA QUESTO PUNTO di vista la protesta siciliana è la più tradizionale, ripercorre un copione già messo in scena decine di volte in 150 anni di storia italiana: è il denaro pubblico il deus ex machina invocato per riassorbire le tensioni. O in termini di redistribuzione delle risorse statali tra zone geografiche e categorie sociali, oppure gonfiando il debito pubblico. Nessuna delle due strade appare più percorribile. E le richieste dei forconi saranno prima o poi coperte da una nuova protesta più rumorosa.
La situazione della Sardegna è diversa. La crisi economica si è fatta drammatica da almeno tre anni, e ha prodotto già nel corso del 2011 la protesta diffusa contro le cartelle di Equitalia. Gli esattori chiedono alle piccole imprese sarde 600 milioni, tasse non pagate da gente che, in prevalenza, non è in grado di far fronte al debito, che nel frattempo si gonfia con sanzioni e interessi.
La scintilla è scoccata ai primi di gennaio con l’annuncio della multinazionale Alcoa, che vuole chiudere la fabbrica di alluminio di Portovesme, nel Sulcis. Sono in gioco, tra dipendenti diretti, indiretti e indotto, almeno 1.500 posti di lavoro. Un numero enorme se paragonato alla popolazione totale della provincia di Carbonia-Iglesias, appena 130 mila persone. Insieme alla prevedibile protesta sindacale è partita quella delle partite Iva: la perdita di salari operai mette in ginocchio piccolo commercio e artigianato. Alla testa della protesta c’è il piccolo commerciante Andrea Impera, di Carbonia. Gira intorno a lui l’organizzazione dei blocchi stradali che martedì scorso hanno paralizzato la circolazione sulle principali arterie stradali attorno a Cagliari.
È LUI CHE, giovedì sera, prende la parola durante il collegamento con Servizio Pubblico insieme al rappresentante siciliano dei forconi e al cassintegrato di Portovesme che manda al diavolo il leghista Roberto Castelli. Ma tocca all’operaio offrire l’analisi più quadrata della situazione. Prima protesta perché, da tre anni in cassa integrazione per la crisi della sua azienda, l’Eurallumina, si è trovato “messo contro” i suoi figli disoccupati. Poi spiega che solo rimettendo al lavoro gli operai riparte la ruota del commercio e dell’artigianato.
Prima ancora che la politica, buona o cattiva che sia, intercetti questi movimenti, partono spontanei fenomeni di contagio: da una regione all’altra, da un ceto sociale all’altro. In attesa di individuare, se ci sono, i sapienti fuochisti, è meglio non perdere di vista i dati oggettivi, i termometri che indicano come pezzi di società italiana stiano raggiungendo la temperatura di ebollizione.Qui contano i numeri. Sei anni fa gli autotrasportatori lamentavano che negli ultimi cinque anni i loro costi erano lievitati del 30 per cento: il gasolio nel 2004 costava meno di un euro, nel 2005 era salito attorno a 1,20 euro al litro. E la Sardegna? I giovani disoccupati tra i 18 e i 29 anni sono il 30 per cento, contro il 20 per cento della media nazionale. Non che il 20 per cento sia un dato confortante, ma che c’è di strano se la protesta esplode dove i giovani non solo non hanno un lavoro, ma non sanno neppure dove andare a cercarlo?