Santino «Alexian» Spinelli, Domenica-Il Sole 24 Ore 29/1/2012, 29 gennaio 2012
IL COSTO ECONOMICO DEL PREGIUDIZIO
La popolazione romanì, costituita da diversi gruppi che si autodeterminano come Rom, Sinti, Kale, Manouches e Romanichals, rappresenta, con oltre undici milioni di persone, la più grande minoranza etnica europea. Presenti in ogni Stato dell’Unione europea sono conosciuti con l’eteronimo peggiorativo di zingari e parlano la lingua romanì. In Italia il 60% dei 170mila Rom e Sinti sono di antico insediamento (XV secolo), sono sedentarizzati e hanno cittadinanza italiana. Lo sguardo strabico imposto sulla loro esistenza, deforma la realtà, mistifica la loro cultura e deprezza la loro dignità. Il contributo che queste comunità potrebbero recare alla società europea è trascurato anche a causa di pregiudizi: i Rom rubano i bambini! Salvo scoprire che la Magistratura non ha mai condannato nessuno.
La persistente esclusione della popolazione romanì, numericamente consistente come quella belga o greca, è inaccettabile nell’Europa del ventunesimo secolo, basata sui principi dell’uguaglianza, della democrazia e dello Stato di diritto. Trovare soluzione ai loro problemi va a tutto vantaggio delle società e delle economie europee. I Governi perdono in termini di redditi e di produttività sprecando i potenziali talenti di queste comunità. L’esclusione e l’assistenzialismo costano molto più dell’inclusione. Ma l’integrazione è come l’amore: si fa in due. Le comunità romanès non hanno bisogno di un mercato del lavoro a parte né di scuole che perpetuino la segregazione. Occorre superare i campi nomadi che sono ghetti ripugnanti che producono effetti collaterali devastanti.
La segregazione razziale è illegale, è un crimine contro l’umanità ed è indegna di un Paese civile. Chi commette reati deve essere punito, ma non si può condannare un popolo intero. Un’indagine condotta in sei Paesi dell’Unione europea (Bulgaria, Ungheria, Lettonia, Lituania, Romania e Slovacchia) ha rilevato che solo il 42% dei bambini Rom completa la scuola elementare, rispetto a una media europea del 97,5%. Per l’istruzione secondaria, la frequenza dei Rom è stimata ad appena il 10%. Nel mercato del lavoro le comunità romanès presentano tassi di occupazione più bassi e una maggiore discriminazione. Spesso non hanno accesso ai servizi essenziali come l’acqua corrente e l’elettricità. Anche dal punto di vista sanitario esiste un divario: la speranza di vita dei Rom è di 10 anni inferiore alla media dell’Unione europea, che è di 76 anni per gli uomini e di 82 per le donne. Il Fondo Sociale europeo è un importante strumento a sostegno dell’integrazione. Assicurare a queste comunità l’accesso a posti di lavoro e a un’istruzione non segregati, ad alloggi e servizi sanitari è essenziale per la loro inclusione.
L’integrazione delle comunità romanès potrebbe offrire notevoli vantaggi economici. Con un’età media di 25 anni contro i 40 anni dell’Unione europea, la popolazione romanì rappresenta una percentuale crescente della popolazione in età lavorativa. Secondo le ricerche della Banca mondiale, la completa integrazione delle comunità romanès potrebbe apportare un beneficio di circa 0,5 miliardi di euro l’anno alle economie di alcuni Paesi, aumentando la produttività, tagliando le spese sociali e accrescendo le entrate fiscali. Molti i provvedimenti presi dai più importanti organismi istituzionali. Le Risoluzioni e le Raccomandazioni adottate sono tante, ma poco applicate dai Governi nazionali. Nel 1948, l’Onu dopo i crimini perpetuati dai nazi-fascisti (oltre mezzo milione di Rom e Sinti seguirono la stessa sorte degli ebrei nel Porrajmos-divoramento) promulgò la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Nel documento sono sanciti diritti fondamentali che, ancora oggi, sono violati nei confronti dei Rom. Essi non sono percepiti come una minoranza etnica ma piuttosto come disadattati da controllare o escludere.
Il presunto nomadismo ha giustificato la necessità di creare i campi nomadi salvo scoprire che i Rom non sono nomadi per cultura. La loro mobilità è sempre stata coatta e la conseguenza di politiche persecutorie. I campi nomadi sono un retaggio della ferocia nazista concentrazionaria. I Rom che vivono nei campi nomadi in Italia provengono dalla Romania e dai territori dell’ex-Jugoslavia dove vivevano nelle case. Molti continuano nell’errore di considerare il nomadismo come un tratto culturale. Un errore strategico con danni incalcolabili per i Rom e per la società. Si rafforzano le politiche di esclusione e di sperpero che teoricamente si vogliono eliminare. L’odio patologico è frutto di indottrinamento e di mistificazione. I bambini muoiono per gli effetti collaterali della discriminazione. La lista è un bollettino di guerra in tempo di pace. Molte le iniziative del Consiglio d’Europa ma a tutt’oggi le comunità romanès si trovano in condizioni allarmanti. I Rom si vedono rifiutare i servizi o dei vantaggi ai quali hanno diritto e che sono invece concessi ai membri di altri gruppi etnici e al resto della popolazione. L’attenzione va focalizzata sulle responsabilità degli enti pubblici locali, sulle inadempienze politiche e sull’attività delle associazioni assistenzialistiche con i loro progetti autoreferenziali: milioni di euro sperperati negli ultimi decenni senza risultati adeguati.
I fondi europei per l’integrazione vengono spesso usati per scopi esattamente contrari alla loro destinazione, ovvero all’esclusione. Con essi si finanziano sgomberi e campi nomadi che garantiscono assistenzialismo e controllo, perpetuando di fatto l’emarginazione. Nel 2011 la Commissione europea ha sollecitato gli Stati membri a definire strategie nazionali per l’integrazione delle comunità romanès entro il 2020. Il Parlamento europeo sostiene e segue attentamente l’evoluzione di questa svolta politica. Ma gli Stati nazionali saranno all’altezza? I buoni auspici sono stati puntualmente disattesi. Sarà così anche in futuro? Tanto in entrata quanto in uscita un enorme patrimonio continua a essere dissipato.
Le convenzioni internazionali non sono rispettate, ma si fa credere il contrario all’opinione pubblica ignara, cioè che sono i Rom che vivono nell’illegalità e lo fanno perché non vogliono integrarsi. Una completa mistificazione della realtà e una deresponsabilizzazione preventiva. Molte famiglie vivono ghettizzate, i bambini vengono spesso allontanati dalle scuole o muoiono per cause futili. Gli adulti hanno difficoltà nel trovare lavoro, nell’ottenere gli alloggi, nell’essere assistiti sanitariamente. Scritte razziste appaiono ovunque, i servizi giornalistici sono quasi sempre a senso unico e senza contraddittorio e continuano a rappresentare il mondo romanò negativamente. La Romfobia è dilagante. E non si tratta di schieramenti politici particolari perché tutti comunicano allo stesso modo: Zingari, Nomadi, roulottes sgangherate, baraccopoli, degrado, cronaca. Gli articoli, le immagini e il linguaggio sono gli stessi e la popolazione romanì viene privata di ogni dignità pubblica. E l’arte e la cultura? Anche i plurilaureati non ne sanno nulla. Eppure la stragrande maggioranza dei Rom in Italia vive in condizione più che dignitose svolgendo attività rassicuranti (vigili urbani, assicuratori, trasportatori, negozianti, infermieri, eccetera) senza avere alcuna ribalta mediatica perché la normalità non tocca le facili corde dell’emotività. Fior di personaggi appartengono alla popolazione romanì: calciatori come Gerd Muller, Magath, Ballack, Quaresma, Ibrahimovic attori del calibro di Rita Haywords, Yul Brynner, Charlie Chaplin, Moira Orfei, un Presidente del Brasile, Juscelino Kubitschek e un Premio Nobel per la medicina, Schack August Steenberg Krogh, senza considerare celebri musicisti e scrittori e un principe nel 1595, Stefan Razvan. La lista è lunga seppur minoritaria. Eccellenze certo. Ed è questo il dato sorprendente. E se la maggioranza dei Rom venisse messa nelle condizioni di esprimere il proprio potenziale? Quanto gioverebbero alla società europea queste risorse?