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 2012  gennaio 28 Sabato calendario

Tutto esaurito per l’aumento Unicredit – L’aumento di capitale di Unicredit fa il tutto esaurito: è stato sottoscritto il 99,8% delle azioni offerte, con un inoptato «tecnico» contenuto allo 0,2%, praticamente niente

Tutto esaurito per l’aumento Unicredit – L’aumento di capitale di Unicredit fa il tutto esaurito: è stato sottoscritto il 99,8% delle azioni offerte, con un inoptato «tecnico» contenuto allo 0,2%, praticamente niente. Per l’amministratore delegato Federico Ghizzoni è un successo inatteso se si considera anche solo l’accoglienza non proprio entusiasta che il Financial Times dedicò all’operazione: «Si presenta come un disastro», scrissero da Londra. Invece no, a Piazza Cordusio hanno potuto festeggiare. Molti i motivi. L’operazione è andata meglio che nel 2010 quando terminò con adesioni al 98,23%: i 7,5 miliardi raccolti (siamo a 7,48 miliardi, il resto arriverà con l’asta dell’inoptato) porteranno la capitalizzazione del gruppo è il calcolo interno - a 21,149 miliardi, con un Core Tier 1, principale coefficiente patrimoniale, che centrerà quanto richiesto da Basilea III ed Eba. Potrà arrivare al 9,5% con la completa adesione al riacquisto di bond subordinati. Il secondo motivo di soddisfazione risiede poi nel titolo, che in controtendenza, riporta segno più dal momento dell’annuncio delle condizioni alla chiusura dei giochi: +11,4%. L’ultimo esempio era Bpm: -47%, altra storia. Cosa è successo dunque? Qui si apre il capitolo dell’azionariato dove l’unica componente che cresce è quella del mercato, ossia fondi e istituzionali: il suo peso passa dal 40 al 42%. Cala dal 38 al 36% la componente dei cosiddetti «soci stabili». Infine il retail (il pubblico dei risparmiatori), resta stabile al 22%. Segno che la fiducia non è mancata, senza dover chiamare in causa le 26 banche del consorzio di garanzia guidato da Mediobanca e Bofa Merrill Lynch. Per l’azionariato questo si traduce anche in un salto qualitativo. Tra i fondi è calato il peso degli hedge, dalle finalità puramente speculative a vantaggio di strutture più attente ai fondamentali e inclini alle scelte di lungo periodo. Tra questi spiccano gli anglosassoni, come lo sono i due fondi più citati negli ultimi giorni: Blackrock che conferma il suo 3,1% e Capital Research con il 5,4%. Per il resto l’operazione vedrà le fondazioni perdere un po’ di terreno, passando dal 14 all’11-12% del capitale. CariVerona dal 4,2 passa al 3,51%, la Crt resterà col 3,31% che, con i cashes, diviene un potenziale 4,21%; Carimonte dovrebbe assestarsi al 2,9%, per citare le principali. Resta Allianz, scendono i libici (la banca centrale passa dal 4,6 al 2,9%, il fondo sovrano dal 2,6 all’1,5% circa) mentre gli arabi (Abu Dhabi con Aabar) si ritrovano al 4,991%. A sostegno delle fondazioni c’è però un gruppo di investitori privati che ha trovato un nuovo protagonista: Francesco Gaetano Caltagirone. Ieri ha venduto nuovamente titoli del Monte dei Paschi, scendendo sotto l’1%, a 0,7% circa. In Unicredit è accreditato tra lo 0,5 e l’1%. Insieme a lui potrebbe essere entrato Diego Della Valle: le indiscrezioni lo indicano allo 0,5% o poco più. Nel rush finale dell’aumento Leonardo Del Vecchio (Luxottica) ha raddoppiato la sua quota, dallo 0,5 all’1%. Con De Agostini (0,11%, con un potenziale 0,17% in caso di conversione dei cashes) restano i Pesenti (0,3%) e i Maramotti (1% circa). A lato ci sono gli investitori portati da Proto Consulting che avrebbero tra lo 0,8 e l’1,3%. Gli equilibri, tutto sommato, sono salvi. Il presidente di Crt, Andrea Comba, si mostra tranquillo: «Non credo cambi nulla in futuro nel ruolo delle fondazioni». Se il cda di martedì sarà l’occasione per fare una panoramica sulla nuova geografia sociale, il primo banco di prova saranno i ritocchi alla governance su cui lavora il presidente Dieter Rampl in accordo con i gradi azionisti. In vista c’è l’assemblea di aprile dove si tratterà di nominare i vertici di Unicredit, da ieri più forte.