Francesco Manacorda, La Stampa 28/01/2012, 28 gennaio 2012
Draghi: “È lo spread il motore delle riforme” – I mercati stanno «sopravvalutando» il rischio dei debiti sovrani
Draghi: “È lo spread il motore delle riforme” – I mercati stanno «sopravvalutando» il rischio dei debiti sovrani. Ma non è detto che sia per forza un male, visto che «gli spread si sono dimostrati il più potente motore di riforma per alcuni governi». Attesissimo a Davos - non solo dai banchieri cui ha reso la vita più facile negli ultimi mesi con i quasi 500 miliardi di prestiti all’1% della Bce - Mario Draghi non delude e spiega che con la sua azione Francoforte «ha di sicuro evitato un enorme credit crunch» da parte delle banche. Esaminando le domande di prestiti degli istituti europei uno per uno «abbiamo visto che le richieste riflettevano esattamente le obbligazioni in scadenza». Senza quella linea di credito, dunque, si sarebbero trovati in grave difficoltà, trasmettendo la stretta all’economia. Sulla stessa linea le parole del Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco. In un’intervista alla Bbc spiega che «il rischio di un credit crunch è stato evitato» con i prestiti della Bce. «Sul versante del finanziamento, le banche ora sono sicure. Sono in grado di mantenere le loro attività, cioè i prestiti ai clienti e penso che questo sia il maggior successo». Ma sui 489 miliardi che a dicembre la Bce ha prestato alle banche europee all’1% per tre anni, aleggia una polemica che proprio Draghi vuole smontare. Una somma simile è infatti tornata nei forzieri della Bce; l’ultimo dato è di 465 miliardi. Non è allora che le banche europee preferiscono prendere i soldi da Francoforte e poi riparcheggiarli subito là - anche a costo di perderci, visto che i depositi sono remunerati solo allo 0,25% - invece che finanziare l’economia? «Non abbiamo gli strumenti per capire se questi soldi circolano nell’economia - spiega Draghi - ma dai dati in nostro possesso possiamo capire che le banche che hanno preso in prestito sono diverse da quelle che depositano». Lo stesso presidente della Bce ammette però che «nella zona Euro ci sono aree dove il credito è normale ed altre dove c’è una seria contrazione». Al di là del sostegno al sistema bancario, per il quale l’auspicio è che «torni la fiducia e si riattivi il mercato interbancario, con gli istituti che si fanno prestiti tra di loro», Draghi individua tre soggetti che dovranno far uscire l’Europa dalla crisi. Il primo sono i governi «che devono attuare il necessario consolidamento fiscale», cioè rimettere in sesto i bilanci. «E’ innegabile che questo contragga l’economia, ma è anche vero che ci sono paesi che negli ultimi dieci anni, con tasse e tassi bassi o alti, non sono cresciuti. Quindi la crescita ha a che fare con politiche strutturali». Secondo soggetto è l’Europa, e in particolare la sua governance. Draghi ripete che il «fiscal compact», la disciplina di bilancio che dovrebbe essere approvata lunedì prossimo «è molto importante perché sottrae parte della politica fiscale alla potestà nazionale», ed è il «primo passo, sebbene timido, verso una politica comune». Infine il cosiddetto «firewall»,quel muro tagliafuoco finanziario fatto di fondi disponibili per «evitare incidenti che derivano da cambiamenti traumatici degli spread». Sulla misura di quel «firewall» Draghi non si sbilancia, anche perché il tema è oggetto di acceso dibatto in Europa e anche negli Usa. Aumentare o no la dotazione di 500 miliardi? Proprio qui a Davos, ieri mattina, la posizione tedesca, contraria all’aumento, si scontra con quella francese. Per il ministro delle Finanze di Berlino Wolfgang Schaeuble «puoi fare un “firewall” di qualsiasi misura, ma se non c’è fiducia non funzionerà». «Noi pensiamo che più il “firewall” è alto e meno verrà utilizzato», gli ribatte il collega francese Francois Baroin. Sul dibattito europeo pesa però soprattutto l’ipoteca Usa. Il segretario al Tesoro americano Tim Geithner, anche lui al World Economic Forum, è netto. «L’unico modo in cui l’Europa può riuscire a far funzionare l’unione monetaria è creare un “firewall”" più alto». Solo a questa condizione il Fondo monetario potrebbe intervenire, ma certo «non per sostituire una più efficace risposta della zona euro».