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 2012  gennaio 27 Venerdì calendario

GHETTI NAZISTI

Prima li hanno chiusi nei ghetti, isolandoli dal resto del mondo con alti muri e recinti di legno e filo spinato. Hanno tolto loro i beni, il lavoro, il cibo, ogni possibilità di servizi igienici e di acqua potabile. Poi sono tornati nei ghetti a filmare persone scheletrite e coperte di stracci, teste rasate per via dei pidocchi, visi divorati dall’ incredulità e dalla paura, corpi denudati per far vedere le croste delle malattie. Tra i visitatori ci fu Goebbels, ministro della Propaganda del Reich, che ne trasse questo agghiacciante commento: «Ci muoviamo nel ghetto. Usciamo ed esaminiamo tutto minuziosamente. È indescrivibile. Questi non sono più esseri umani; sono degli animali. Per questa ragione, il nostro compito non è più umanitario ma chirurgico». I risultati del «compito chirurgico» li scoprirono gli alleati quando finalmente riuscirono a entrare nei campi di concentramento nazisti. Oggi li conosciamo tutti. Un po’ meno conosciamo quello che successe negli anni precedenti. Perché la persecuzione degli ebrei da parte degli ideologi hitleriani comincia prima delle uccisioni di massa e delle deportazioni nei campi di sterminio. Comincia nel 1939, quando i nazisti, dopo aver invaso la Polonia, per facilitare la «germanizzazione del paese», costringono gli oltre tre milioni di ebrei polacchi a vivere in quartieri separati dal resto della popolazione, li sottopongono a lavori forzati in appositi campi. La mostra inaugurata ieri al Vittoriano e aperta fino al 4 marzo (entrata da San Pietro in Carcere, ingresso gratuito) racconta come si viveva e si moriva in questi ghetti. Curata da Marcello Pezzetti, Bruno Vespa e Sara Berger con la direzione di Alessandro Nicosia, raccoglie foto, filmati, giornali, manufatti e documenti provenienti da istituzioni pubbliche e private di tutto il mondo. Allestito all’ interno di una scenografia che ricrea i muri e i recinti dei ghetti, il percorso è un viaggio nell’ orrore, da affrontare a piccole tappe, con pause consigliate per riprendere coraggio, tanto è lo strazio che si prova a ogni passo. Perché al di là delle singole testimonianze, ognuna col suo carico diverso di disperazione, è l’ insieme a produrre uno sgomento insostenibile, è la terribile consapevolezza di dove può arrivare la sopraffazione dell’ uomo sui propri fratelli, con l’ invenzione del concetto di «razza». E sconvolge una rivelazione: tutti sapevano già tutto, con anni di anticipo sulla scoperta dei lager, in quei primi anni della guerra. E, cosa ancor più crudele, molti cittadini comuni collaborarono con i nazisti in quelle prime persecuzioni. Si sapeva anche questo, ma qui è tutto documentato. Quasi non si può guardare la sequenza di foto scattate in un paesino dell’ Ucraina, con gli abitanti che inseguono per i campi i loro vicini di casa ebrei, li inseguono aiutati dai figli poco più che bambini, armati di bastoni. Ci sono donne ebree sorprese nel sonno, che fuggono seminude urlando, le braccia alzate verso il cielo. Ci sono donne completamente nude, accartocciate per terra, sotto la mira dei fucili, un attimo prima di morire. Perché, umiliazione nell’ umiliazione, la polizia le faceva spogliare prima di ammazzarle. C’ è per fortuna la parete dei Giusti, persone non ebree che misero a rischio la loro vita e quella delle loro famiglie per nascondere gli ebrei e salvarli. Come l’ infermiera Irena Sendlerova che riuscì a salvare 2500 bambini, poi fu arrestata e torturata, ma non tradì mai la rete. C’ è l’ unica fotografia esistente di Oskar Schindler nella sua fabbrica in mezzo agli ebrei della sua Lista.
Lauretta Colonnelli