Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2012  gennaio 24 Martedì calendario

ESPERIENZE DI «LUCE», LE FOTOGRAFIE DI BAVCAR

«Mi dovete chiedere non come, ma perché <fotografo. Scatto in rapporto ai rumori, ai profumi e soprattutto in relazione alla mia esperienza della luce. Poi scelgo le mie foto facendomi consigliare con lo sguardo libero da ossessioni personali». Evgen Bavcar deve essersi sentito domandare decine di volte come fa a fotografare. Perché Bavcar non vede. Quando aveva diodici anni ha perso prima un occhio e poi l’ altro in due incidenti consecutivi. Saltando sulle mine inesplose rimaste nei campi della Solvenia alla fine della seconda guerra mondiale. Tuttavia si laurea in filosofia a Parigi, conduce trasmissioni radiofoniche per France Culture e dall’ inizio degli anni Novanta è tra i fotografi più richiesti in Europa. La mostra «Il buio è uno spazio», appena inaugurata presso il Museo di Roma in Trastevere dove resterà aperta fino al 25 marzo, è la sua seconda in Italia, dopo l’ esposizione milanese a palazzo Bagatti Valsecchi nel 1995. Enrica Viganò, che ha curato l’ evento e segue Bavcar da una quindicina di anni, lo descrive come un «acuto e ironico incantatore che riesce a spiegare con parole raffinate come il nostro pregiudizio non abbia alcun fondamento. Lo scrigno dei ricordi, che ha raccolto fino a dodici anni quando la luce faceva ancora parte integrante del suo vedere, diventa il luogo dove attingere visioni. La luce è per lui una nostalgia ancestrale, che inevitabilmente si sovrappone alla nostalgia per la propria infanzia, quando correva nella campagna slovena e il giorno era rappresentato dalle rondini e la notte arrivava e andava via». Le immagini presentate nella retrospettiva sono raccolte per serie: si va dall’ infanzia alle carezze di luce, dai paesaggi sloveni alla vista tattile, dagli autoritratti allo sguardo ravvicinato. Scatti in bianco e nero, e qualcuna a colori in anteprima assoluta per l’ Italia, dove le figure umane, gli uccelli svolazzanti, i tronchi degli alberi ricoperti di edera e i sentieri sembrano fantasmi che affiorano da pensieri reconditi. Bavcar riesce a intercettarli e dar loro dar loro un corpo. «L’ uomo con il martello vede chiodi ovunque», dice. «Io non sono che un artista che cerca di vedere ovunque delle immagini. Anche se queste gli sono proibite. Offro alla vista la trascendenza delle immagini che esprimono lo sguardo spirituale del mio terzo occhio».
Lauretta Colonnelli