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 2012  gennaio 18 Mercoledì calendario

I SONETTI DEL BELLI IN INGLESE, IL «PARADOSSO DELLA DISTANZA»

«Er mostro de natura» e «La lingua nova», dove si parla di bulli e puttane, vengono bene se recitati con l’ accento popolare di Glasgow o di Dublino. «Er momoriale» richiede il vernacolo di Manchester, «Er medemo» quello dei sobborghi dell’ Essex, «Le confidenze de le regazze» la cadenza un pò snob di una casa altoborghese dello Yorkshire con almeno due servitori, «Li dù ladri» lo slang londinese dei dintorni di Soho. Parola di Michael Sullivan, inglese originario di Dukinfield, catapultato una quarantina di anni fa a Roma, dove ha messo radici nella zona di Trastevere. Da allora si barcamena tra Londra, dove insegna filosofia, e la Città Eterna, dove un giorno ha incontrato i sonetti del Belli e ha cominciato a tradurli in inglese. Sembra un’ impresa impossibile. «Un caso limite tra i problemi posti dalla traduzione della poesia in dialetto», come lo definisce Riccardo Duranti, professore a La Sapienza che ha dedicato all’ argomento uno studio intitolato «Il paradosso della distanza: Belli tradotto in inglese». Eppure in vent’ anni Sullivan ha trascritto ben 323 sonetti del poeta ottocentesco. «Quando avevo dubbi sul significato di qualche verso - racconta - scendevo per strada e chiedevo aiuto agli abitanti più anziani, quelli che conoscono ancora il romanesco autentico». I primi centosei componimenti li ha pubblicati, con testo originale a fronte, in un volume (Vernacular Sonnets of Giuseppe Gioachino Belli, ed. Windmill Books) che sarà presentato domani alle 20,30 al bar Camponeschi in piazza Farnese. Sullivan leggerà i sonetti in inglese e l’ orafo Luigi Scialanga quelli in romanesco. Il contrasto è esilarante solo a pensarlo. Sia per la strascicata pronuncia capitolina di fronte al compassato british, sia per il contenuto dei versi, pieni di doppi sensi e sconcezze liberatorie, che erano pane quotidiano per la plebe romana ma che oltremanica hanno messo in imbarazzo scrittori del calibro di Antony Burgess. L’ autore di «Arancia meccanica», non una mammoletta qualsiasi. Burgess tradusse una settantina di poesie del Belli e le pubblicò nel 1977 in appendice al suo romanzo «Abba Abba», in cui immagina un incontro tra Belli e Keats nella Roma del 1821. Ma sceglie solo i versi di argomento biblico, più vicini alla sensibilità di un pubblico anglofono. Mentre un altro traduttore, Robert Garioch, ebbe la brillante idea di trasformare il romanesco in un dialetto Scots e di trapiantare i personaggi belliani in un quartiere popolare di Edimburgo omologabile a quello della Roma dell’ Ottocento. Con il risultato di una resa straordinaria e vivace dei versi. Ma con il limite, fa notare Duranti, di una certa pruderie nell’ affrontare temi e termini osceni. Garioch tradusse 220 degli oltre duemiladuecento sonetti del Belli. Sullivan ha intenzione di continuare. Intanto, se questo primo volume avrà successo, ne usciranno presto altri due. Chi vuole seguirlo nelle letture romane, oltre alla serata di domani, può annotare queste date: il 25 gennaio alle 20,15 presso la John Cabot University e il 31 alle 17 all’ Accademia di San Luca. Le scenografie dei reading sono state allestite dal pittore Luigi Serafini, che ha anche illustrato la copertina e le pagine del libro con i suoi disegni visionari sulla Roma del Seicento.
Lauretta Colonnelli