Lauretta Colonnelli, Corriere della Sera 16/01/2012, 16 gennaio 2012
L’ EPOPEA DEI COLLI ALBANI
Hanno battuto palmo a palmo la campagna romana spostandosi a piedi, a cavallo, in bicicletta. Hanno scavato e riportato alla luce migliaia di tesori che oggi popolano i musei di mezzo mondo. Hanno disegnato mappe del territorio, rilevando i resti di acquedotti, necropoli, ville e città antiche. Furono i pionieri dell’ archeologia quando ancora l’ archeologia neppure esisteva come disciplina. Sono vissuti tra l’ inizio dell’ Ottocento e i primi del Novecento. Un manipolo di architetti, matematici, poeti, avvocati. Le loro avventure, spesso rocambolesche, sono raccontate nella mostra «Colli Albani. Protagonisti e luoghi della ricerca archeologica nell’ Ottocento», aperta fino al 13 febbraio presso la sala Zanardelli del Vittoriano (ingresso gratuito da piazza Ara Coeli). L’ idea e la cura dell’ esposizione sono di Massimiliano Valenti, direttore del Polo museale di Monte Porzio Catone: «Ho voluto raccontare non solo i siti e i reperti archeologici di questa zona, ma anche gli archeologi stessi, la loro formazione, il loro metodo di ricerca». Una carrellata di personaggi da romanzo, riscoperti da Valenti e da una decina di ricercatori. Alcuni di questi documenti sono esposti nelle teche del Vittoriano, come i preziosi quaderni di appunti di Antonio Nibby, che nel 1809, a soli diciassette anni aveva fondato l’ Accademia degli Elleni (sostituita nel 1813 dalla più nota Accademia Tiberina), composta da soci animati dal culto dell’ antichità. Nei tre quaderni, rimasti inediti e stilati tra il 1822 e il 1827, Nibby gettò le basi di una topografia monumentale. Insignito di innumerevoli riconoscimenti, morì povero a soli 47 anni e solo l’ interessamento di qualche accademia e degli amici stranieri gli garantì un funerale. La fine in miseria fu il destino di altri archeologi dell’ epoca. Fino al 1939, quando si stabilisce per legge che tutto ciò che è sottoterra appartiene allo Stato, vigevano infatti le regole stabilite nel 1820 dal cardinale Bartolomeo Pacca in un editto: una parte dei reperti andava al proprietario del terreno e una parte a chi conduceva gli scavi. In caso di vendita degli oggetti ritrovati, lo Stato aveva una prelazione. E i tesori che venivano alla luce nel territorio dei Colli Albani erano senza fine. Emblematica la storia di Gian Pietro Campana, che dedicò la sua vita ad ampliare le collezioni di antichità ereditate dal nonno e dal padre. Dalle sue ricerche sul sito dell’ antica Tuscolo, a Frascati, scaturirono opere che attirarono nella cittadina ospiti eccezionali come Herman Melville e George Sand, Pellegrino Rossi e Terenzio Mamiani. Campana aveva dislocato la sua collezione in diverse abitazioni romane: una villa in Laterano e le case in via Margutta, via dei Giubbonari e via del Babuino. Vi accedevano solo clienti importantissimi: lo zar Alessandro II, il presidente degli Stati Uniti Martin Van Buren, il pittore Ingres, il principe Alberto futuro marito della regina Vittoria, Ludovico di Baviera, il re di Napoli Ferdinando II. Fino al 28 novembre 1857. Quel giorno Campana fu fatto arrestare dal cardinale Antonelli, potente e astuto segretario di Stato di Pio IX. La vicenda non appare tanto limpida. L’ accusa a Campana fu di aver provocato un vuoto di cassa al Monte di Pietà, di cui era direttore generale. Condannato a venti anni di carcere e ai lavori forzati, due anni più tardi gli fu concesso l’ esilio in cambio della cessione al pio stabilimento dell’ intera collezione e di tutte le azioni industriali. Dagli atti di vendita della raccolta, effettuata dietro imposizione di Antonelli, se ne conosce l’ ingente valore. L’ Inghilterra acquistò per i suoi musei la serie di sculture moderne e di maioliche; Napoleone III acquisì il nucleo più consistente (oltre undicimila pezzi), poi smembrati tra Louvre e altri musei; il resto finì in Belgio, Germania, Austria, Polonia, Algeria, Stati Uniti. Campana, dopo un esilio di stenti a Ginevra rientrò a Roma nel 1870 e vi morì dieci anni più tardi. Nel bel catalogo (Gangemi editore) sono raccontate anche la vita e le ricerche di Luigi Biondi, che già nel primo decennio dell’ 800 scavava a Tor Marancia, a Isola Farnese e nei terreni della Ruffinella, appartenenti a Luciano Bonaparte fratello di Napoleone. E le avventure di Rodolfo Lanciani e Giuseppe Tomassetti dell’ architetto Luigi Canina, che a metà ’ 800 trasformò il Tuscolo in un parco archeologico, e dell’ ingegnere Pietro Rosa (nipote del pittore Salvator Rosa), che nel 1850, persi tutti gli incarichi pubblici per aver partecipato alla difesa della Repubblica Romana, si dedicò al compito di disegnare la grande carta archeologica del Lazio, tre metri e mezzo per tre. Ritrovata nel 1970 da Emanuele Gatti negli archivi della soprintendenza archeologica di Roma, rappresenta un documento scientifico eccezionale e un capolavoro, con le colline acquerellate in grigio, i fiumi e i laghi in celeste, il tracciato stradale antico in nero e quello moderno in seppia.
Lauretta Colonnelli