Lauretta Colonnelli, Corriere della Sera 12/01/2012, 12 gennaio 2012
IL PICCANTE OBLIO. LA STORIA NASCOSTA DEL PINTORICCHIO E DELLA «VERGINE» PER ALESSANDRO VI
Nasconde una storia piccante il frammento di dipinto murale del Pintoricchio con il Gesù bambino benedicente, in mostra fino al 5 febbraio negli spazi del Palazzo Nuovo (Musei Capitolini, ingresso gratuito). L’ opera, prestata dalla fondazione Guglielmo Giordano, è esposta a fianco di una tavola del delicato pittore umbro vissuto tra il 1456 e il 1513, che raffigura un altro Bambino benedicente, ma questa volta tra le braccia della Vergine. La seconda opera, che arriva dalla Fondazione Sorgente Group e figurava in precedenza nella collezione del principe Fabio Massimo e poi della famiglia Schiff-Giorgini, fu esposta per la prima volta - già con l’ attribuzione a Pintoricchio - nel 1945 in occasione della «Mostra d’ arte italiana» a Palazzo Venezia, organizzata per testimoniare l’ interesse dello Stato verso il patrimonio artistico privato. Il frammento murale invece è registrato nelle collezioni romane del cardinale Flavio Chigi nel 1693, attribuito, insieme a un altro frammento raffigurante una Madonna a mezza figura, al Perugino. Nel 1912 i due dipinti, conservati in cornici seicentesche e attribuiti da Corrado Ricci al Pintoricchio, si trovavano a Palazzo Chigi al Corso. Dai Chigi passarono poi al marchese Giovanni Incisa della Rocchetta, storico dell’ arte, il quale nel 1940 scoprì a Mantova una tela di Pietro Facchetti eseguita nel 1612 per Francesco IV Gonzaga che ritraeva l’ affresco originario da cui provenivano i frammenti. Le ricerche del marchese Giovanni riportarono alla luce una vicenda che aveva fatto parecchio rumore cinque secoli fa. Il primo a parlarne era stato il Vasari, nelle «Vite dei pittori, scultori e architettori», pubblicato nel 1550. Lo scrittore aretino, riferendosi agli appartamenti in Vaticano di papa Alessandro VI Borgia, afferma che Pintoricchio «ritrasse sopra la porta d’ una camera la signora Giulia Farnese per il volto d’ una Nostra Donna e, nel medesimo quadro, la testa d’ esso papa Alessandro che l’ adora». L’ opera era scandalosa non solo perché avrebbe ritratto nelle vesti della Vergine Giulia Farnese, amante favorita del papa più discusso della storia della Chiesa, ma anche perché avrebbe dipinto lo stesso papa in ginocchio davanti a lei. Ma nonostante il brano del Vasari sia citato più volte fino ai nostri giorni nella letteratura specialistica e in quella rivolta al grande pubblico, dell’ affresco si erano perse le tracce fin dall’ inizio, tanto da far supporre che lo scrittore aretino si fosse inventato l’ episodio. Le ultime ricerche del dipinto vennero fatte, senza risultati, nel 1897, quando l’ appartamento di papa Borgia fu restaurato. Poi arriva l’ identificazione attraverso la tela di Facchetti, pittore agli ordini dei Gonzaga e noto copista. Le cronache cinquecentesche di Stefano Infessura raccontano che Facchetti nel 1612 fu inviato a Roma per riprodurre l’ affresco del Pintoricchio da Francesco IV Gonzaga, il quale, avendo saputo dell’ opera, la trovò irresistibile occasione di scherno verso la famiglia Farnese. Facchetti riuscì a introdursi negli appartamenti vaticani corrompendo un guardarobiere con un paio di calze di seta e si fece «svelare» l’ affresco prudentemente coperto con un «tafetà» inchiodato, riuscendo a riprodurre quella che doveva rimanere per i posteri l’ unica testimonianza dell’ imbarazzante scena. Nel 1655, infatti, salì al soglio pontificio Alessandro VII Chigi, determinato a far scomparire ogni ricordo di Alessandro VI e delle sue scelleratezze. L’ affresco del Pintoricchio, distaccato e frammentato, fu la prima vittima della «damnatio memoriae». La porzione di tavola con il Bambino benedicente viene ritrovata sul mercato antiquario nel 2004. L’ altra, con la Madonna, appartiene a collezionisti romani che non vogliono apparire.
Lauretta Colonnelli