Lauretta Colonnelli, Corriere della Sera 09/01/2012, 9 gennaio 2012
NEO PIRANESI
Luca Pignatelli, artista milanese, a un certo punto della sua vita è rimasto stregato da Roma. «Qui ho sempre la sensazione di camminare sopra un’ altra città. Per me è un motivo fertile, quasi elettrico», dice. È venuto a presentare la mostra «Icons Unplugged», che resterà aperta fino al 5 febbraio a Palazzo Poli (via Poli 54), accompagnata dal suggestivo filmato del fratello Daniele, dove una cavalla nera si aggira tra le opere del pittore all’ interno dello studio milanese. La suggestione nasce dal contrasto tra il corpo vivo e fremente dell’ animale e le rovine della civiltà occidentale ritratte da Luca, che sembrano riemergere da tempi siderali. Punto di partenza della mostra romana, allestita nei saloni dell’ Istituto nazionale per la Grafica, è la rivisitazione delle incisioni di Piranesi, le cui matrici sono conservate proprio nella calcoteca dell’ Istituto. Pignatelli ha frammentato le immagini settecentesche e le ha ricomposte in tavole monumentali, dove il Pantheon si affaccia da un angolo di piazza San Pietro sovrastata dalla corsa di due cavalli bianchi che tirano una biga attraverso il cielo. E sul Quirinale di quattrocento anni fa, con le carrozze rococò che attendono le damine dalle gonne impalcate, incombono minacciosi i caccia della seconda guerra mondiale. È tutto qui, in questo scarto temporale, il segreto del fascino delle vedute ricreate dall’ artista. Per accentuarlo, Pignatelli ha ricomposto i frammenti su un supporto fatto di pannelli di basonite, corrosi dal tempo, con i segni dei bulloni ai margini e gli strappi delle intemperie sulla superficie. «Li ho trovati sulla spiaggia di un paesino della Liguria», racconta. «Erano serviti per coprire le vetrate di un ristorante abbandonato. Vi ho trasferito sopra le stampe di Piranesi con la stessa tecnica usata da lui, inchiostro a getto liquido». In certi punti ha colmato le lacune del fondo con il cosiddetto rigatino, adottato dai restauratori nei punti in cui si è perso il dipinto. E per la prima volta, nel suo lavoro, Pignatelli ha messo sotto vetro i quadri. «Per accentuare l’ idea di distacco. Volevo che diventassero quasi dei reliquari». Nella sala successiva ha trasformato in pitture le statue del IV secolo avanti Cristo, trasferendone le foto su una base cartacea che reca i segni di cuciture e sovrapposizioni di lastre stagnate. Nell’ ultima stanza, infine, l’ installazione Atlantis , con un migliaio di piccoli quadri appesi uno accanto all’ altro fino a riempire completamente le pareti, trascina il visitatore in una cosmogonia vorticosa. Scorrendo le immagini una dopo l’ altra si vedono riapparire per un attimo dal passato boschi e castelli, cime montuose e saloni da ballo, rovine greche e cattedrali gotiche, bagnanti sulle spiagge di cent’ anni fa e snodi di autostrade, vedute di città a volo d’ uccello e treni che corrono nella notte, bambini che pattinano sul ghiaccio e biblioteche sepolte dalla polvere. «Ho riprodotto immagini prese dal mio archivio fotografico del passato. Io non ho mai fotografato niente». Per marcare il senso di profondità e di distanza ha punteggiato ogni immagine con gocciolature bianche, come fiocchi di neve. Fanno venire in mente le parole di Joyce in uno dei racconti dedicati alla Gente di Dublino : «E pian piano l’ anima gli svanì lenta mentre udiva la neve cadere stancamente su tutto l’ universo e stancamente cadere, come la discesa della loro fine ultima, su tutti i vivi e tutti i morti».
Lauretta Colonnelli