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 2012  gennaio 03 Martedì calendario

DONNE D’ITALIA

È commovente vedere tutte insieme le donne che hanno fatto l’ Italia, dal 1861 ad oggi. Soprattutto perché in genere nessuno le ricorda nelle celebrazioni. Si conoscono i padri della Patria, ma spesso ci si dimentica che questa Patria sarebbe ancora un miraggio senza le schiere femminili che con il lavoro, l’ intelligenza, qualche volta il sacrificio della vita, hanno supportato o guidato le azioni degli uomini. Queste donne riappaiono ora dal buio del tempo e della storia nel salone centrale del Vittoriano, dove fino al 20 gennaio è allestita la mostra nata da un’ idea di Emanuela Bruni e realizzata da Comunicare Organizzando di Alessandro Nicosia. Si comincia con i grandi ritratti a olio delle eroine del Risorgimento, da Cristina Trivulzio di Belgioioso a Clara Maffei, da Enrichetta Di Lorenzo a Maria Mazzini, da Adelaide Bono Cairoli alla garibaldina Tonina Marinelli, che «era bionda, era bella, era piccina. Ma avea cor da leone e da soldato, e se non fosse ch’ era nata donna porteria le spalline e non la gonna», come ricorda Francesco Dall’ Ongaro in una poesia musicata da Carlo Castoldi. Sfilano poi le grandi protagoniste, quelle che riuscirono a farsi notare e a restare nell’ album della storia: da Maria Montessori a Matilde Serao, da Francesca Cabrini a Palma Bucarelli, da Eleonora Duse a Luisa Spagnoli. E alla fine del percorso ecco le opere delle donne artiste, in una sezione curata da Lea Mattarella e dedicata alle protagoniste dell’ espressionismo e dell’ arte povera, della Scuola Romana e dell’ astrattismo. Ma la parte più sorprendente dell’ esposizione si trova al centro della sala, dove - tra foto, filmati, abiti, giornali, documenti - riaffiora dalle nebbie del passato l’ esistenza delle dimenticate. Ecco sulla bicicletta la figura atletica di Alfonsina Strada, che nel 1924 fu la prima donna a correre il Giro d’ Italia insieme ai maschi. Ester Danesi Traversari appare in una foto scattata nelle trincee durante il primo conflitto mondiale, tutta vestita di bianco comprese calze e scarpette, prima corrispondente di guerra per Il Messaggero. Emergono dal silenzio i volti di Emma Strada, la prima donna ad ottenere nel 1908 il titolo di ingegnere in Europa; di Rina Monti, la prima ad avere nel 1907 una cattedra universitaria; di Adelasia Cocco, la prima a laurearsi in medicina nel 1913; di suor Maria Cleofe e suor Maria Innocenza, le prime suore a prendere nel 1953 la licenza di volo per portare assistenza ai bisognosi in India e Pakistan; di Franca Viola, la prima ragazza siciliana a rifiutare un matrimonio riparatore; di Emanuela Loi, la prima donna poliziotto a morire in un attentato di mafia, a soli 24 anni, nella strage di via D’ Amelio. E poi ecco le schiere anonime delle balie e delle tabacchine, delle maestre e delle mondine, delle telegrafiste che furono pioniere nel 1865 del lavoro femminile nel sistema terziario, delle contadine che tirano l’ aratro al posto dei buoi, delle prime deputate che irrompono sulla scena politica nel 1946, delle partigiane e delle vedove di Marcinelle. Che vediamo sfilare a lutto dietro le bare dei loro morti nelle miniere del Belgio e scopriamo, grazie alle testimonianze raccolte negli ultimi dieci anni da studiose belghe e italiane, che queste donne avevano mandato avanti la loro famiglia di migranti andando a lavorare di nascosto nelle fabbriche e facendo in fretta i servizi di casa per non farsi scoprire. Perché nell’ immaginario dei mariti dell’ epoca era una vergogna far lavorare la moglie.
Lauretta Colonnelli