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 2012  gennaio 29 Domenica calendario

IL SUCCESSO DELLA FILOSOFIA POP E’ UN BLUFF

Per iniziare a capire meglio cosa si agita intorno al termine Pop-sofia, viene in mente Schopenhauer: «Di regola — scriveva — gli scrittori sono professori o letterati i quali, dati i loro bassi stipendi e miseri onorari, scrivono per bisogno di denaro: siccome il loro fine è un fine comune, hanno anche un interesse comune, sono solidali, si sostengono reciprocamente, e ognuno fa le parti dell’altro».
In Italia è da almeno un paio d’anni che si parla diffusamente di Pop-filosofia ed è strano che nessuno abbia ancora parlato di inquietante contagio. I segnali, in effetti, sono molti. Oltre al fatto che escono in continuazione libri intitolati filosofia del camminare, filosofia del mare, filosofia della montagna, filosofia del jukebox, filosofia di quel o quell’altro cartone animato e filosofia di vattelappesca, a Civitanova Marche si tiene dall’estate scorsa anche il festival della Pop-filosofia (si chiama Popsophia). La cittadina viene invasa da una calca polifonica di filosofi e di personaggi ditirambici che dialogano tra di loro sul concetto di contemporaneo. Si va da Remo Bodei a Platinette, da Umberto Galimberti ad Amedeo Goria, da Stefano Zecchi a Federico Moccia, da Quirino Principe a Vincenzo Mollica, e via dicendo. La solita faccenda di mettere insieme l’alto e il basso, se ancora fosse possibile capire cos’è l’alto e cos’è il basso e come distinguerli. Una volta tutto questo si faceva o con stile (Roland Barthes) o per scherzo (la «Fenomenologia di Mike Bongiorno» di Umberto Eco), poi lo scherzo è stato preso sul serio e il rischio è ora morire di noia magari senza stile. La Pop-filosofia, volendo spiegare filosoficamente i fenomeni della cultura popolare (le serie televisive, la pornografia, i cartoni animati, il calcio, eccetera), finisce infatti con l’assomigliare a quelli che ti vogliono spiegare le barzellette o, peggio ancora, agli attori che finché non ti illustrano il messaggio (sempre impegnato) dei loro film stanno come corrucciati sullo scomodissimo pitale della loro indignazione artistica.
Fare Pop-filosofia è come meditare sui torinesi alle prese con il bollito: i torinesi hanno infatti bocche da neonati che rimangono piccole pur nella massima dilatazione e, quando sono alle prese con i loro agnolotti, le loro finanziere e per l’appunto i loro bolliti, un Pop-filosofo vi potrebbe vedere l’angoscia, tutta esistenziale e spirituale, delle grandi impossibilità.
Simone Regazzoni, in Italia il Pop-filosofo più famoso e autore di libri come Pornosofia (Neri Pozza) e La filosofia di Lost (Ponte alla Grazie), si comporta come l’osservatore di torinesi: notando per esempio che sull’isola della serie televisiva Lost ci sono molte radure ricorda al lettore che anche Heidegger parlava di radure e sospira amaro: «Una verità che al fondo resta inappropriabile e resiste alla volontà di sapere».
La Pop-filosofia cerca il suo posto nel mondo con orgoglio. Durante il festival di Civitanova Marche, il presentatore di una serata con Umberto Galimberti, riportando gli umori del pubblico festivaliero, aveva detto felice: «Se siamo qui è perché siamo una risposta alla fiction society». Peccato che qualche minuto prima Galimberti avesse sostenuto che: «Non bisogna pensare di essere in un giardino fiorito quando le tue gambe camminano nell’acqua marcia» e che, come certe signore dal parrucchiere nel momento topico della tinta: «Oggi penso che ci sia una certa difficoltà a capire la differenza tra corteggiare una ragazza e stuprarla». E sempre durante il festival, una studiosa come Francesca Rigotti si è presentata con una diapositiva del suo grembiule per una conferenza sull’Old Fashion: «In tutte le mie peregrinazioni per il mondo e traslochi mi sono ritrovata con questo grembiulino coi funghetti; comunque il grembiule è buono perché presiede ad attività buone (…): è buono come è buona la pentola. (…) Anche Platone lo pensava dicendo che la pentola è il paradigma del bello».
Con la pornografia il meccanismo è simile. La scena del burro di Ultimo tango a Parigi «mostra perfettamente — scrive Regazzoni nel suo libro Pornosofia — come il discorso contro il dominio maschile rischi sempre di essere dettato, a tergo, dal dominio maschile stesso» al punto tale, e qui la parola chiave è ovviamente tergo, che il lettore è invitato a penetrare i riboboli di Derrida: «Le libertà che si dirà prendere con l’ordine filosofico resteranno prodotte a tergo da macchine filosofiche sconosciute».
Con Schopenhauer, si potrebbe dire che è un modo come un altro per arrotondare lo stipendio e intrattenere le professoresse democratiche. Ed è forse per questo motivo che i Pop-filosofi sono numerosissimi e perfino quelli che non lo sono (e che anzi se ne vogliono orgogliosamente differenziare), o per necessità editoriale o per grillo stilistico, finiscono con l’assumerne le sembianze (gli ultimi due libri di Maurizio Ferraris usciti per Guanda — entrambi di un certo interesse — s’intitolano infatti Filosofia per dame e Anima e iPad).
Dare la colpa di tutto questo a Hegel sarebbe un po’ esagerato (diciamo che Hegel ha responsabilità più alla sua altezza, per esempio Stalin) anche se forse è quello che immaginerebbe Schopenhauer. Hegel sosteneva che la filosofia è il proprio tempo pensato con il concetto; significa che il pensiero è assoggettato alla storia, alla contemporaneità, quindi anche al vincitore e al tiranno di turno. La filosofia come giustificazione del presente. Come suo abbellimento. Dalla cosmologia alla cosmetica dell’attualità dove non conta che i concetti siano lucidi ma ben lucidati, eccetera.
Ma è meglio non andare avanti perché non siamo sufficientemente Pop-filosofi per farlo.
Per concludere, chi è quindi un antesignano più alla portata del ragionamento Pop-filosofico? La scelta è piuttosto vasta (ogni scelta è un’ecatombe di possibili, non si tratterrebbe dal dire un Pop-filosofo) ma non si può fare a meno di ricordare Bernardin de Saint-Pierre, botanico francese amico di Rousseau, il cui entusiasmo teorico non si fermava neppure dinanzi a un melone: «Il melone — scriveva — è stato tagliato in fette dalla natura, per essere mangiato in famiglia; la zucca, essendo più grossa, può essere mangiata con i vicini». (Non è privo di interesse, per quanto detto qui, sapere che Napoleone diede a Bernardin de Saint-Pierre, per i suoi meriti, una pensione a vita).
Edoardo Camurri