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 2012  gennaio 29 Domenica calendario

LE COLPE DELLE BANCHE CHE NON FANNO CREDITO

Siamo così abituati ad accusare i governi italiani di miopia che avanzare, nei confronti degli attuali inquilini di Palazzo Chigi, la critica di esser presbiti può far sorridere. Ma è così. È giusto tentare di correggere gli squilibri di fondo della nostra economia con la speranza di incassarne i dividendi sul medio termine, ma occorre essere vigili sul breve, se non altro per evitare di ricadere nella famosa metafora della stalla e dei buoi. Ovvero che l’economia reale muoia prima di essere riformata.
Il caso è quello delle banche italiane che, nonostante abbiano ricevuto dalla Bce liquidità a basso costo (1%), non stanno finanziando le imprese. Quella liquidità la usano in altre maniere considerate più remunerative (ricomprano persino le obbligazioni che avevano emesso), in questo modo però «privatizzano» il mandato affidato loro da Francoforte.
La situazione è arrivata a un punto critico tanto che anche il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, ieri ha sentito la necessità di sottolineare il rischio di credit crunch. In pubblico i banchieri si schermiscono producendo tabelle «negazioniste» ma al riparo da orecchie indiscrete sostengono una tesi differente. Che suona così: in Italia ormai fare banca commerciale non è più mestiere da operatore privato, concedere mutui e dare quattrini alle Pmi (piccole e medie imprese) è un servizio pubblico in forte perdita e lo dimostra il fatto che abbiamo già perso 20 miliardi con i Piccoli. Come conseguenza di quest’analisi le principali banche italiane stanno disdettando le convenzioni a suo tempo firmate con le associazioni di rappresentanza perché le giudicano non più sostenibili con l’aumento dei costi di raccolta del denaro dovuto allo spread. Mors tua vita mea.
A queste formulazioni i Piccoli replicano ricordando «il regalo di Francoforte» ma anche sostenendo che le sofferenze non sono aumentate principalmente per colpa di artigiani e commercianti bensì dei grandi clienti, quelli a cui comunque normalmente arrivano due terzi degli impieghi delle banche. È singolare, poi, che gli spazi di mercato lasciati liberi dagli istituti di credito italiani con il braccino corto vengano riempiti dalle banche straniere, che pagando di meno il denaro in patria hanno maggiori margini di manovra. Non è certo un caso che 48 ore fa la Confindustria di Treviso, associazione territoriale ad altissima concentrazione di Pmi, abbia concluso un accordo con la Deutsche Bank per il finanziamento delle imprese. Vuol dire che quel segmento di mercato non è morto, tutt’altro.
In questa situazione in cui il credit crunch non è più una percezione ma un fatto acclarato (vedi Visco) come si sta muovendo il governo? Innanzitutto ha varato una politica di rigore e di credibilità indirizzata a far scendere lo spread Bund-Btp. In secondo luogo ha garantito i passivi delle banche e, infine, nell’ultima manovra l’esecutivo ha giustamente potenziato il Fondo centrale di garanzia con un esborso di 400 milioni per tre anni, operazione che da dietro le linee mette in sicurezza una consistente fetta di impieghi bancari. Sarebbe quindi un errore sostenere che il governo è rimasto con le mani in mano, è anche vero però che nonostante queste azioni la stretta creditizia non è venuta meno. Da qui il rischio di presbiopia: dedicare cospicue energie nel riorganizzare il modello di funzionamento di alcuni mercati, da quello dei servizi al lavoro, e trovarsi però nel breve di fronte alla chiusura di molte Pmi, strangolate dal credit crunch oltre che dai mancati pagamenti della pubblica amministrazione.
Per evitare questo paradosso varrebbe il caso, forse, che il governo organizzasse un’operazione di trasparenza che per comodità potremmo chiamare «tavolo del credito». Nessuno ha in mente soluzioni dirigistiche, forzature dell’autonomia delle banche private, si avverte però l’esigenza di illuminare a giorno il dibattito tra banche e imprese, l’esigenza di un forum pubblico nel quale le diverse interpretazioni possano confrontarsi e si possa, soprattutto, monitorare l’utilizzo della liquidità Bce. In questo modo il governo allontanerebbe da sé l’accusa di essere troppo benevolo verso il mondo del credito e risponderebbe in positivo alle sollecitazioni di uno dei partiti che lo sostiene, il Pdl. Nei giorni scorsi, infatti, l’ex ministro Maurizio Sacconi ha chiesto di riattivare i prefetti in funzione di monitoraggio del credito. Per chi l’avesse dimenticato fu una delle idee partorite dall’ex ministro Giulio Tremonti. Per chi si volesse documentare sull’esito di quell’esperimento esiste una ricca e gustosa aneddotica sui poveri prefetti alle prese con un mestiere che non era mai stato il loro. Sconsiglieremmo un replay.
Dario Di Vico