Sebastiano Triulzi, la Repubblica 29/1/2012, 29 gennaio 2012
«Da bambino sarei voluto diventare un pittore. Cercavo di comprendere il mondo attraverso le immagini
«Da bambino sarei voluto diventare un pittore. Cercavo di comprendere il mondo attraverso le immagini. Crescendo sentii che c´era una distanza troppo grande tra ciò che potevo e ciò che volevo fare. Ancora oggi però la mia memoria funziona per immagini». Effettivamente nei libri di Eduardo Galeano, costruiti attorno alla riscrittura di storie private, di cronache e miti collettivi, di episodi dimenticati e dolorosi, segreti e cicatrici del continente latinoamericano, l´atto dello sguardo, inteso come conoscere e riconoscere, è quasi sempre un presupposto. Talvolta lui stesso disegna le figure che accompagnano i suoi testi e nelle dediche agli amici tratteggia, a mo´ di autoritratto, un maialino con un fiore in bocca: «È un omaggio a un animale antieroico condannato a un triste destino di salame, sanguinaccio o salsiccia». I primi passi nel giornalismo Galeano li compie pubblicando a soli quattordici anni caricature politiche su un settimanale socialista, El Sol, che siglava col nomignolo "Gius", versione in castigliano del cognome del padre (Hughes). Quando cominciò a scrivere optò invece per quello della madre, Licia Esther Galeano. La famiglia apparteneva alla borghesia urbana su cui l´Uruguay aveva basato il suo sviluppo economico nei primi decenni del Novecento. Nato a Montevideo il 3 settembre del 1940, discendente della migrazione europea - con geni «italiani, gallesi, castigliani, tedeschi, un miscuglio incredibile» - dopo sei anni di scuola primaria e un solo anno di scuola secondaria abbandona gli studi, «in parte per una ragione economica e in parte», rivendica con orgoglio, «per il desiderio di libertà». Bigliettaio, dattilografo, operaio in una fabbrica di insetticidi, al seguito di un fotografo, e altro ancora, sempre spinto da quell´ansia di cercarsi e trovarsi che l´ha reso da adulto un camminatore instancabile. «I miei libri - spiega - nascono da questo girovagare senza sosta», come se non si finisse mai di vedere. L´ultimo impiego prima di vivere di solo giornalismo fu il fattorino in una banca: «Dopo quattro anni capii che non faceva per me. Lì appresi che i principali rapinatori di banche sono i banchieri stessi ma nessun allarme suona mai per loro». Definisce il cattolicesimo l´influenza più profonda dell´infanzia: «Fino a tredici anni ho creduto nel messaggio divino. Per sua fortuna la Chiesa si è salvata e io ho intrapreso altri percorsi. Però c´è sempre qualcosa che lavora sul fondo della botte di vino e questa volontà di trascendenza si è trasformata in altro. Oggi mi sento vicino alle religioni indigene, le più disprezzate eppure più umane di quelle che mi hanno formato». La lettura del Capitale - «per intero» sottolinea - avvenne a casa di amici, in gruppo e fu fondamentale per la sua formazione. «Ci faceva lezione Enrique Broquen, un professore argentino che tutte le settimane per tre anni ha preso l´aereo da Buenos Aires per venire a spiegarci il marxismo», in una versione non leninista, vicina all´insegnamento di Rosa Luxemburg. «Penso che la grande tragedia del secolo scorso sia stata il divorzio tra libertà e giustizia. Una parte del mondo ha sacrificato la libertà in nome della giustizia, e l´altra parte ha fatto l´opposto. La migliore eredità di Rosa sta nell´idea che libertà e giustizia siano due fratelli siamesi. Ricucire quel legame rappresenta la grande sfida di questo nuovo secolo». I caffè di Montevideo, frequentati da adolescente, sono stati la sua università: «I miei primi maestri furono i narratori anonimi seduti ai tavolini. Un giorno un uomo cominciò a descrivere una battaglia durante la guerra civile. A scuola la storia mi sembrava un mondo di statue, senza carne né sangue. Ma lui raccontava con tanta intensità che sentivo lo scalpiccìo degli zoccoli dei cavalli e il clangore delle armi. Era trascorso più di un secolo, non poteva averla vista con i suoi occhi. Così appresi la mia prima lezione: l´arte è una menzogna che dice la verità. Nel campo erano tutti morti, proseguì l´uomo, e a un certo punto si imbatté in un ragazzo che pareva un angelo tanto era bello. Aveva le braccia in croce e una bandana a sorreggere i capelli. Sopra c´era scritto "Per la patria e per lei", cioè la sua donna; la pallottola che l´aveva ammazzato era entrata nella parola "lei". Seconda lezione: quello che è successo una volta attraverso la magìa del racconto accade nuovamente». A ventotto anni diventa direttore di un quotidiano, Época. «È stata una delle mie tante pazzie. Di mattina curavo le pubblicazioni dell´università e il pomeriggio andavo al giornale dove oltre agli editoriali mi divertivo a scrivere l´oroscopo. Consigliavo sempre di peccare». Scriveva anche di calcio, la sua grande passione: «In quegli anni era malvisto dagli intellettuali di destra e di sinistra: per i primi era la prova che il popolo pensava con i piedi, per i secondi era colpevole di non far pensare il popolo». Una delle partite per lui più significative fu giocata alle Olimpiadi del ´36, dal Perù contro l´Austria, paese d´origine di Hitler che assisteva dal palco d´onore. «Fu una vera umiliazione. Il Perù si impose 4 a 2, l´arbitro annullò tre gol ma non riuscì a evitare la sconfitta. La notte stessa le autorità olimpiche annullarono la partita. Non è solo la disfatta di un potente a renderla bellissima, mi sembra anche pedagogica: se la realtà non piace si decreta che non esiste, che è la specialità di molti dirigenti dello sport internazionale. E poi è una storia di dignità, di cui oggi c´è un gran bisogno. L´unica frontiera in cui ho sempre creduto è quella che separa gli indegni dagli indignati». Nel giugno del 1973 ci fu un colpo di stato in Uruguay. Galeano viene imprigionato e dopo una decina di giorni rilasciato perché, precisa sornione, «non avevano alcuna prova». Se ne andò a Buenos Aires dove fondò Crisis, una rivista che ebbe successo e per questo fu poi stroncata dalla dittatura. «La cultura veniva intesa come comunione collettiva, non solo quella professionale ma anche le mille e una espressioni della cultura anonima, che la gente fa, senza saperlo, scrivendo sui muri o parlando intorno a un falò. Alcuni ci rimisero la pelle». Avevano formato una squadra di calcio e ogni mercoledì mattina se ne andavano al campo del Palermo «i cui cancelli erano allora sempre aperti». Il suo ruolo era mezzala destra, più avanti che dietro: «Ero il peggiore di tutti ma a nessuno importava perché giocavamo per il piacere di farlo e non per il dovere di vincere». I militari arrivarono poi anche in Argentina, nel ´76, secondo il disegno pianificato dagli Stati Uniti per i quali la presenza di governi democratici in quella parte del mondo era una cattiva notizia. Inserito nella lista degli uruguagi da eliminare non gli restò che l´esilio, dapprima in Brasile e poi in Spagna, un periodo, ricorda, di penitenza: «Convertire questo tempo lontano dalla mia terra e dalla mia gente in qualcosa di creativo fu la mia sfida. Mi venne l´idea di raccontare la storia delle Americhe attraverso brevi narrazioni, il che implicava assidue ricerche in biblioteca. Ci misi undici anni a finire Memoria del fuoco», grandioso affresco che parte dai miti precolombiani della creazione e in cui compaiono campesinos e dittatori, furfanti e figure storiche, eroi e visionari. Solo nel 1985, una volta caduta la dittatura, Galeano poté fare ritorno in patria. Riscattare e recuperare la memoria collettiva è ancora oggi il suo imperativo: «La convinzione di essere la voce di quelli che non l´hanno è però un grave errore poiché tutti abbiamo una voce. Il problema è che non sempre viene ascoltata. Dobbiamo sentire cosa hanno da dire gli invisibili, le donne, i poveri, perché sono le voci che contrastano con la voce del potere, questa sì eco di echi, ripetizione all´infinito di una versione bugiarda della realtà». Nelle ultime opere (Il libro degli abbracci, Specchi), s´è accentuata la sinteticità delle sue narrazioni e la vocazione alla nitidezza: «Tendo ad assomigliare a Juan Carlos Onetti», spiega, che fu insieme a Juan Rulfo uno dei suoi maestri. «Due uomini dal carattere difficile. Due figure imponenti della letteratura eppure così timidi. Quando lo andavo a trovare, Onetti mi offriva un vino che causava una cirrosi istantanea e mi impastava la bocca, sicché mi chetavo subito. Fumava come un turco e per dare lustro alle sue parole mentiva attribuendole a un proverbio cinese o a un detto etrusco. Una volta mi disse: le uniche parole che meritano di esistere sono quelle migliori del silenzio. Non solo gli scrittori ma anche i politici dovrebbero imprimerselo nella mente. Il silenzio è un linguaggio perfetto ed è dura per la parola competere. Per questo riscrivo più volte un testo finché non sento che è migliore del silenzio». I suoi libri sono il frutto di un ossessivo lavoro di lima, «perché sono nato nel segno della Vergine, tutti maniaci-perfezionisti». Rulfo invece dopo La pianura in fiamme e Pedro Paramo «non pubblicò praticamente più nulla. Scrisse quello che doveva e si ammutolì come uno che ha fatto l´amore nella migliore maniera e poi si addormenta nella camera da letto. Un giorno, nella sua casa in Messico, prese una lavagna a due facce che aveva da un lato una penna e dall´altra un cancellino: si scrive con questa, mi disse indicando la penna, ma soprattutto con quest´altra, con il cancellino. Penso di essere stato un buon allievo».