Paolo Rumiz, la Repubblica 29/1/2012, 29 gennaio 2012
QUANDO
ai primi di gennaio il dipartimento di scienze mediche e veterinarie di Bologna fu avvertito che sull´Appennino un lupo era stato trovato con la gola squarciata, in un regolamento di conti fra maschi, in un attimo si capì che si era consumato qualcosa di assolutamente nuovo e impressionante. Non c´era mai stato, fino ad allora, nulla di simile in quella stagione.
Il tempo giusto era sempre stata la fine dell´inverno. Da che mondo è mondo, i lupi vanno in conflitto allora, per assumere la posizione Alfa di maschio dominante, l´unico ammesso alla riproduzione. Lo fanno d´istinto, perché ingravidare una femmina con troppo anticipo espone i piccoli al rischio della fame.
I lupi sanno che la natura non dà cibo all´infinito. Per questo ammettono alla riproduzione un solo maschio del branco. Questo inverno, di colpo, questa precauzione era caduta. Novembre e dicembre erano stati così caldi che i lupi avevano perso le staffe. Scatenavano tempeste ormonali in anticipo di due mesi, esponendo la futura prole al rischio di sterminio. La natura sta vivendo da settimane un mostruoso jet-lag di cui vedremo presto i risultati, se a febbraio e marzo verrà la neve. Non serve nascere quando non c´è cibo.
Il corpo del lupo diceva di un´esecuzione perfetta. L´animale era morto come aveva sempre ucciso, nella sua carriera di cacciatore: con un colpo solo alla giugulare. Un morso che ti fa secco come una fucilata. Era un adulto tenuto sotto controllo da tempo con visori a infrarossi. L´avevano battezzato "Otello". Aveva ingravidato la sua ultima femmina ("Desdemona") la primavera precedente. Ora gli altri maschi l´avevano tolto di mezzo, perché tra lupi non è ammesso che un capo sia debole e la supremazia si conquista uccidendo il vecchio re. Tutto era nelle regole. Tutto, tranne la stagione.
Gli allievi del professor Mauro Delogu, ricercatore di punta del dipartimento, portarono la bestia a valle per l´autopsia e subito si vide il morso impressionante. Muscoli squarciati, vertebre spezzate. Forse era stata un´esecuzione collettiva. Si vide dal pelo che Otello aveva tentato la sottomissione, mettendosi a pancia all´aria. Ma non era bastato, e allora aveva combattuto fino alla fine. Ora era lì, scuoiato, con i potenti muscoli violetti aperti su un tavolo anatomico. Sezionato, uno dei molari diceva l´età: dodici anni. Un patriarca, sopravvissuto a dodici inverni.
Ho visto le immagini in vita di quella fantastica creatura. I filmati dei passaggi nel bosco, il passo sinuoso e leggero, le foto della mandibola a tenaglia, le vecchie cicatrici, le registrazioni degli ululati insieme ai cuccioli, lenti, flautati, soprannaturali, da brivido. Ho assistito al trionfo e alla caduta di un re. Ma era una tragedia normale in natura. Il dramma vero era altrove, nel tempo. «Ho 50 anni e quest´anno ho assistito a qualcosa che non ho mai visto», spiega Delogu. «Gli animali sono impazziti, i merli hanno fatto già a dicembre i loro canti d´amore e ora i loro piccoli rischiano di uscire dalle uova quando non ci sono ancora insetti o bruchi in giro. Qui ci si preoccupa se manca la neve a Cortina o c´è acqua alta a Venezia, e non si vede la portata di un dramma che manda in crisi l´intera catena alimentare».
Paolo Zucca, veterinario ricercatore di Trieste, specialista in rapaci ricercato dagli emiri-falconieri d´Arabia, ha 43 anni e afferma di non aver mai sentito, da quando conosce gli uccelli, il canto primaverile dei verdoni a dicembre. «Non basta qualche giornata di sole per far cambiare l´assetto ormonale degli animali, ci vogliono modificazioni di maggiore portata. Quanto stiamo osservando come etologi ed esperti di medicina della fauna selvatica indica che le modificazioni durante l´autunno inverno 2011 sono state di tale entità da far cambiare la fisiologia della fauna italiana. Tenendo presente che tale fenomeno è molto rischioso per le specie, possiamo dire di trovarci di fronte a cambiamenti di stadio già avanzato. Insomma, ci siamo già dentro alla grande. Gli animali sbagliano di rado, e stavolta si sbagliano in massa».
Delogu è appena tornato dalla Siberia dove quest´anno, invece di meno quaranta, si è scesi solo a meno dodici, e conferma di essere di fronte a una mutazione enorme. «Le gazze rimettono a posto i loro nidi normalmente a marzo. Quest´anno sono lì da prima di natale. Migliaia di specie sono improvvisamente a rischio di estinzione. Individui costruiti da una selezione di milioni di anni ora escono dal Pianeta. Il grave è che scompaiono specie che hanno determinato anche la nostra evoluzione. Se siamo eretti, veloci e armati è anche per la paura degli animali come il lupo. E che dire delle piante: querce, ciliegi, ontani neri, noci, i loro semi devono passare un tempo sotto zero se no non germogliano, e stavolta l´inverno vero non si è ancora visto sulla terra».
Il laboratorio dell´università di Bologna è pieno di animali imbalsamati: cinghiali, lontre, uccelli rapaci, pernici e galli cedroni. Quasi tutti li ha raccolti e preparati lo stesso Delogu, in una caccia alle meraviglie dell´Arca iniziata già sui banchi delle elementari. Ogni tanto indica specie estinte o a rischio di estinzione che erano diffusissime quando lui era ancora adolescente. «Guardi questa farfalla in bacheca, si chiama Zerinzia. Vive esclusivamente di un´erba dei fossi che si chiama Aristochia. Se si riproduce prima che spunti quell´erba, i bruchi non trovano più cibo e la specie scompare». Aggiunge: «Fa effetto puntare il dito su qualcosa che non esiste più. Queste bacheche sono piene di animali che non ce la faranno».
La mutazione è in corso da anni. Le anatre e le oche siberiane d´inverno non scendono più fino in Puglia ma si fermano in Polonia e Germania. I pappagallini verdi hanno invaso l´Italia e con loro la farfalla monarca del Nordafrica. Dal Mar Rosso arrivano le tartarughe, i barracuda, i pesci balestra e altri. La gente dice: chi se ne frega. E sbaglia. Senza più barriere climatiche, le nuove specie possono portarsi dietro virus tropicali e attaccarci. Il barracuda può falcidiare il pesce azzurro che è componente della nostra nutrizione da millenni. «Avere accanto a noi una farfalla monarca, è esattamente la stessa cosa che trovare una zebra a Milano».
Quest´inverno senza neve espone la pernice bianca e la lepre bianca alla cattura dei predatori. Il loro colore mimetico, acquisito da millenni, da qualche anno è diventato un implacabile segnalatore. Il bianco sul grigio o sul bruno risalta a chilometri. Lo sanno i cacciatori, e lo sa il falco pellegrino che, se vede un piccione bianco in mezzo a uno stormo di un altro colore, catturerà quel piccione e non altri. Fin dal medioevo i nobili allenavano i loro falconi usando come preda proprio il piccione bianco.
L´orologio della natura è in tilt. Agli uccelli come i rondoni, insettivori puri, capita di arrivare in Italia prima che ci siano insetti da mangiare. «L´anno scorso a Bologna - racconta Delogu - ne abbiamo raccolti a centinaia stecchiti per le strade». E intanto, in questo disastro, emergono gli animali maggiormente adattabili. I topi. Gli storni, che mangiano qualsiasi cosa. I gabbiani reali, che fanno i loro festini nelle discariche fino a 2500 metri di quota. Delogu accarezza i suoi animali impagliati e sorride: «Noi ci siamo dentro fino al collo. E chissà se un giorno, tra qualche secolo, un astronauta verrà sul Pianeta e in una bacheca indicherà, tra le specie estinte, anche uno di noi».