Malcom Pagani, il Fatto Quotidiano 27/1/2012, 27 gennaio 2012
“COME ULISSE, CERCO LA PARTITURA CHE ANCORA MI SFUGGE”
La vita è una partitura incompleta con le note a margine e la musica nascosta tra le pieghe. Il metronomo di Nicola Piovani è stato l’equilibrio. Incapace di livellare il passato con il solo ottimismo del domani: “Della primissima infanzia non ricordo quasi nulla. La memoria del principio si è formata sui racconti di familiari e amici tutti un po’ mitizzati. Mi è capitato di incontrare degli ex alunni del ginnasio. Giuravano che, durante le lezioni, mi astraessi componendo sotto il banco. A me sembra improbabile, anzi, credo che non sia mai accaduto”. Con l’anagrafe in direzione ostinata e contraria alla fantasia, in bilico tra le ascendenze bucoliche (Corchiano, la famiglia, tracce di piovanesimo antico) e i mercati della Roma dei ’50: “Fragorosi suk romaneschi pieni di voci e di odori ” a 65 anni, questo signore dalla bianca barba, i silenzi meditati e il pudore antico, continua a fare quel che ha sempre fatto indifferente al contesto. Film, tradizioni, opera. Da artigiano ispirato, autodidatta serio ma non serioso. Riflettendo sui tasti, cercando altrove. Se trova il giro giusto, gli corre dietro. Certe ispirazioni sono paradisiache, ma farle attendere è blasfemo.
Piovani l’età le pesa?
Ricorda l’adagio popolare? A ogni stagione la sua canzone. Lottare contro l’età che avanza è inutile e ridicolo. Per alcuni rappresenta una fabbrica di rancorosa infelicità.
Come impiega il tempo?
Facendo quello che ho sempre fatto. Spendendomi soprattutto per il teatro, termometro della salute di una civiltà e pane quotidiano che a una società rispettabile non dovrebbe mai mancare.
Ma il teatro non sembra
godere di ottima salute.
L’attuale gestione è mortificante. In bilico tra spreco ed elemosina. Una bestemmia. Al Teatro mi convertì Carlo Cecchi.
L’indomabile Cecchi.
Un maestro. Prima di quell’incontro pensavo con convinzione che il Teatro fosse una lingua morta, un rituale stracco per abbonati anziani e impellicciati, una lingua noiosa e inadatta a esprimere la contemporaneità.
Si sbagliava?
Non sapevo che il Teatro è l’arte più moderna, viva e potente che esiste. Nell’equivoco di questa ignoranza si bea-no ancora molti intellettuali italiani che senza pudore si vantano: “Io a teatro non ci vado mai”. Confondono il concetto di Teatro con i pigri cartelloni istituzionali. Sarebbe come scambiare l’informazione con Minzolini.
Con Viaggi di Ulisse ha sperimentato ancora una volta.
Con la Compagnia della Luna, la mia creatura che naviga fra mille difficoltà pratiche, provo a operare concedendomi il lusso della libertà. Non sono bravo a mediare con burocrati politicizzati o mercanti avidi. Viaggi di Ulisse è un percorso lungo una mia rotta emotiva. Un concerto teatrale per sei strumenti e voci registrate, con il contributo magico di Milo Manara. La stella polare dell’opera è Ulisse.
La affascinava?
Delle tante facce di questo
eroe anti-eroe, quella che più mi attrae è la curiosità. Ulisse è un viaggiatore che vuole conoscere, vedere cosa esiste al di là del perimetro assegnato, oltre le colonne d’Ercole della conoscenza, e per farlo mette in conto il rischio del naufragio.
Metafora inattuale?
Non direi. Viaggi di Ulisse è una partitura dedicata anche ai tanti Ulisse anonimi, che ogni giorno, in silenzio, senza visibilità, studiano per capire cosa c’è nello spazio universale, nei gesti antropologici, nella materia e nell’antimateria.
Lei si è fatto un’idea del futuro?
Il futuro è bello perché insondabile. Ma non riesco a guardare avanti senza voltarmi indietro. Eduardo De Filippo sosteneva che la tradizione è un trampolino di lancio: quanto più si affonda nelle nostre radici, tanto più alto sarà il nostro volo nel domani.
Ci crede?
Per conoscere le proprie radici bisogna amarle, si conosce davvero solo ciò che si ama. Per esempio, ho studiato bene la musica di Schoenberg, ma non amandola, non posso dire di conoscerla veramente.
Ha amato la politica? L’ipotesi di partecipazione collettiva?
Nel Sessantotto frequentavo la facoltà di Filosofia, e lì ho imparato soprattutto a coniugare il verbo riflessivo liberarsi. Ricordo un compagno di università che mi diceva: “La borghesia ci ha cresciuti sotto un altare minaccioso e paralizzante, in cui sono scolpite in pietra tre pesanti lettere: D I O. Noi dobbiamo smantellarle, abbattere con lo scalpello questo peso reazionario”.
Ce la fece?
Si è fermato alla prima lettera, la D. Su quell’altare sono rimaste due gigantesche lettere di pietra: I O. Il trionfo del narcisismo.
Lei frequentava il Liceo Mamiani. Entrò nel movimento studentesco. Lavorò sui cinegiornali.
È stato Il mio primo approccio con il lavoro musica-immagine; ebbi la fortuna di essere guidato da Silvano Agosti , tanto geniale e tanto privo di senso pratico. Da lui ho imparato molto, e ancora oggi, quando lo incontro, osservandolo nella sua testarda coerenza, imparo qualcosa: su quel che si deve fare, ma anche su quello che non si deve fare.
Non è stato l’unico vate
che l’abbia affiancata.
Federico Fellini, che non avevo mai incontrato di persona, mi fece telefonare dal suo aiuto regista: “Il maestro vorrebbe incontrarla negli uffici del teatro 5 di Cinecittà”. Pensai a uno scherzo. L’autore di Otto e mezzo era per me oltre qualunque mitologia.
Poi vennero Bellocchio, Taviani, Monicelli, Moretti, Benigni. Ed Elsa Morante?
Elsa Morante, una meravigliosa cometa di sapienza e benessere. Sono stato molto fortunato negli incontri. Mario Monicelli mi chiamò a scrivere la musica per Il Marchese del Grillo. Fino ad allora avevo fatto film molto drammatici, cupi. Quando la sala decretò il successo della sua commedia, Monicelli affettuosamente mi disse: “Non sei contento di esserti tolto di dosso la fama di musicista mortaccino?”.
Con Moretti?
Artista vero, poeta di valore, forse anche un amico. Però è un ragazzo che ha debuttato con un film intitolato: Io sono un autarchico, e cominciare la carriera proprio con la parola Io, ti destina un fardello del quale è poi difficile liberarsi. Nelle scuole di scrittura insegnano a non iniziare mai un periodo con il pronome io.
Narcisismo?
Non confonderei il senso rispettoso di sé con il narcisismo. Altra cosa è una sana, naturale, umana vanità. Il narcisista è uno che soffre più il successo di un rivale che un proprio fiasco. Pascal diceva: “Non occorre spegnere le lampade altrui per far brillare la propria”.
Quali progetti segue in
questo momento?
In questi giorni sono in studio di registrazione, qui a Roma, per “Das Sams”, un film di produzione tedesca. L’ anno scorso ho lavorato per due film di produzione francese e uno serbo. Le musiche le ho registrate a Roma, con musicisti e tecnici italiani. Purtroppo è molto diffusa l’abitudine di registrare film italiani nei paesi dell’Est, perché più a basso costo. Se consideriamo che molti di questi film italiani ricevono contributi dallo Stato italiano, non mi sembra un bel costume. è pur vero che le produzioni italiane hanno poca attenzione per la musica. Sempre più spesso si realizzano film televisivi con musica sintetica, fatta al computer senza orchestra.
Il domani, Piovani?
L’immediato: il 2012 italiano, rispetto agli anni precedenti, dovrebbe essere politicamente un po’ meglio, o un po’ meno peggio, faccia lei.