Giorgio Meletti, il Fatto Quotidiano 27/1/2012, 27 gennaio 2012
UE CONTRO ITALIA GALLINE E ALTRE INFRAZIONI
L’integrazione europea è fatta anche di queste cose: gli allevatori italiani non hanno adeguato le gabbie dove tengono le galline ovaiole (specie Gallus gallus, secondo la nomenclatura binomia di Linneo) alla direttiva europea n. 74 del 1999, che peraltro sostituiva la n. 166 del 1988. La norma comunitaria, finalizzata a proteggere il benessere delle galline ovaiole, dà tempo fino al prossimo 31 dicembre per l’adeguamento delle strutture.
Siccome è chiaro che agli allevatori italiani non sono bastati dodici anni per mettersi in regola, ieri la Commissione europea ha aperto una procedura d’infrazione contro l’Italia e altri 12 Stati membri nei quali il benessere dei Gallus gallus di genere femminile non è adeguatamente tutelato. Alla fine della tortuosa procedura i contribuenti italiani potrebbero essere costretti a pagare una bella multa per conto degli allevatori.
Quello dell’inosservanza delle norme europee con multe conseguenti è ormai un dato strutturale. Solo negli ultimi giorni sono salite alla ribalta le procedure d’infrazione per una raffica di inadempienze. L’Italia viola le norme comunitarie sul commercio dei farmaci generici (evidentemente l’ultimo decretone sulle liberalizzazioni ha dimenticato di metterci una pezza), sulle concessioni delle spiagge agli stabilimenti balneari, sullo smaltimento delle pile, sullo smaltimento dei rifiuti urbani in genere. Abbiamo in corso ben 136 procedure d’infrazione, di cui 38 per il mancato recepimento di direttive comunitarie e 98 per violazione del diritto dell’Unione.
Il caso delle galline è a suo modo esemplare. Il commissario europeo alla Sanità, John Dalli, di nazionalità maltese, prevede che gli allevatori che non l’hanno fatto per 12 anni difficilmente si metteranno in regola entro l’anno. Il ministro italiano dell’Agricoltura, Mario Catania, invece ci crede: “Il fronte delle imprese che si sta adeguando cresce di settimana in settimana”. Insomma, la corsa contro il tempo sarebbe partita.
Quello che resta difficile da capire ai non addetti ai lavori è se gli allevatori di galline stiano facendo i furbi di fronte a una sacrosanta norma di civiltà o invece stiano opponendo una sorta di resistenza passiva a regola un po’ stravaganti che però nessuno ha il coraggio di denunciare come tali. La direttiva del 1988 stabiliva che ogni gallina debba avere a disposizione nella gabbia uno spazio minimo di 450 centimetri quadrati (quasi mezzo metro quadrato); con la direttiva del ‘99 siamo saliti a 550 centimetri quadrati, adesso il nuovo limite a cui bisognerebbe adeguarsi è di 750 centimetri quadrati: in meno di 25 anni lo spazio vitale per le galline è cresciuto per legge del 66 per cento, mentre nello stesso periodo lo spazio vitale per i carcerati è diminuito all’incirca della stessa misura.
Le regole europee certe volte fanno ridere, la qual cosa diventa un’arma micidiale in mano a chi cerca giustificazioni ideologiche per fare il furbo e agli euroscettici in genere. Certo che la regola secondo cui l’allevatore è obbligato a togliere dall’allevamento le galline morte può sembrare a qualcuno superflua, però mai quanto la norma del ‘99 secondo cui, testualmente, “i sistemi di allevamento devono essere concepiti in modo da evitare che le galline possano scappare”.
La direttiva dell’88, peraltro, andava oltre, generando in certi punti il sospetto di essere stata redatta da un fanatico dell’animalismo. Indimenticabile la regola secondo cui se una gallina avesse manifestato un “comportamento diverso dal normale” si sarebbe dovuto “procedere a stabilire la causa dell’inconveniente e ad apportarvi rimedio con opportune misure”. Uno a questo punto immagina che tra le “misure opportune” ci fosse l’intervento dei servizi sociali. E invece scopre che tra i rimedi c’era, testualmente, “l’eliminazione”.
Ecco, l’Italia rischia la multa perché da 13 anni non affronta una scelta del genere: dire all’Ue che sono tutte assurdità, se si pensa che lo siano, oppure, banalmente, rispettare le leggi, anche se “solo” comunitarie.