Ettore Bianchi, ItaliaOggi 27/01/2012, 27 gennaio 2012
L’Europa non è più un paradiso – L’effetto calamita è terminato. Sono passati gli anni in cui l’Europa attirava i disperati provenienti da altri continenti
L’Europa non è più un paradiso – L’effetto calamita è terminato. Sono passati gli anni in cui l’Europa attirava i disperati provenienti da altri continenti. Come nel 2002, quando frotte di argentini, colpiti dalla crisi di una nazione in fallimento, assediarono i consolati spagnolo e italiano a Buenos Aires per avere il permesso di fuggire nel Vecchio continente alla ricerca di un futuro migliore. Quell’avvenire che ora, invece, proprio i cittadini europei hanno cominciato a sognare altrove. Tra gennaio e settembre 2011 si è verificata in Spagna, alle prese con una disoccupazione record del 20% (45% tra i più giovani), un’emigrazione netta di 50 mila persone, equamente suddivisa tra iberici e stranieri residenti. Si tratta di un’inversione di tendenza rispetto all’anno precedente, quando si era registrata un’immigrazione netta di 62 mila persone. È vero che non si assiste a un esodo di massa, ma l’istituto di statistica di Madrid stima che il paese perderà nel prossimo decennio mezzo milione di abitanti. Questa tendenza non riguarda soltanto la Spagna. Nel vicino Portogallo decine di migliaia di persone lasciano ogni anno il paese: nel 2010 gli emigrati sono stati 70 mila, di cui oltre il 40% donne. Tra i desideri dei portoghesi non figurano soltanto il Brasile, l’antica colonia, e la Svizzera ma anche l’Angola, nazione anch’essa un tempo sottomessa a Lisbona. Lo stato africano, reduce da una dura guerra civile, ha cambiato fisionomia negli ultimi tempi grazie allo sfruttamento del petrolio. Così l’Angola ha oggi un’economia in crescita, che è alla ricerca di manodopera qualificata. I rapporti tra le due nazioni sono buoni, se recentemente il primo ministro portoghese, Pedro Passos Coelho, ha dichiarato che Lisbona accoglierebbe molto favorevolmente investimenti angolani nell’ambito del suo programma di privatizzazioni. Dal Portogallo partono anche cittadini originari dell’Angola, che a suo tempo emigrarono proprio nel paese europeo e che adesso vedono concretizzarsi la possibilità di tornare tra la propria gente in condizioni migliori. Poi ci sono i greci, che vivono l’incubo del fallimento come un decennio fa in Argentina. Nei primi sei mesi del 2011 è quasi raddoppiata l’emigrazione verso la Germania. Dunque, l’Europa torna a essere un punto di partenza invece che di arrivo per sempre più persone. Nazioni come la Cina e il Brasile si stanno sviluppando e offrono tante opportunità a chi vuole rischiare. A cominciare dai vecchi emigrati. D’altro canto, l’Irlanda resta un significativo termometro dei flussi continentali. Nel secolo scorso l’emigrazione la fece da padrone ma poi, con il boom degli anni 2000, avvenne il contrario: le più importanti multinazionali del mondo si insediarono nell’isola, dando lavoro a gente del posto. Ma l’ultima crisi ha provocato un nuovo cambio di direzione, un triste ritorno al passato. Il continente, tuttavia, non è omogeneo. Ci sono realtà in fase di crescita come la Polonia. E poi c’è la Germania che, nonostante sia stata anch’essa raggiunta dalla crisi, si trova un gradino sopra gli altri e ha un disperato bisogno di ingegneri, medici e infermieri che vengono reclutati altrove. Per questo ci si può muovere nell’Europa unita: attraversare l’oceano non è l’unica via d’uscita.