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 2012  gennaio 27 Venerdì calendario

«La scontrosa tenerezza di mio marito Buzzati» – La «sposa bambina», 45 e rotti anni dopo il ma­trimonio è ancora bam­bina

«La scontrosa tenerezza di mio marito Buzzati» – La «sposa bambina», 45 e rotti anni dopo il ma­trimonio è ancora bam­bina. Treccia nera fino ai lombi, golfino di lana, gonna lunga stile anni ’70,scarpe-panto­fole leggere, da bambola. E un sor­riso in cui potresti riconoscere la compagna del liceo, fra ammissio­ne di colpa e complicità, come per dire: «Visto? Te l’ho fatta di nuo­vo ». La «sposa bambina» fa rima in «ina», perché è Almerina, ovve­ro la signora Buzzati. Per parlare di Dino,dopo l’intervista telefoni­ca della scorsa, banale, stupida, of­fensiva, eppure piacevole (nella vita, gli estremi spesso si toccano) ricorrenza del 2002, l’ho chiama­ta con qualche giorno di anticipo. E lei ha risposto: «Certo, va bene, facciamo domani pomeriggio, sul presto». È presto, infatti, e il sole inonda i quadri («quando lui se n’è anda­to, avevo solo questo ( il famoso Duomo dolomitico ), gli altri ho do­vuto ricomprarli, la Mondadori mi ha aiutato» e scocca il primo sor­riso che le strizza il viso e il cuore ), i mobili, i tappeti, la cassapanca che custodiva i diari di «lui», intoc­cabili fino alla morte, e che lei, po­chi giorni dopo il commiato del 28 gennaio 1972, caricò in macchina per fuggire a Cortina e leggere, leg­gere furiosamente tutto. Per sco­prire, finalmente, il rovescio della medaglia del suo uomo. Il salotto della bellissima casa milanese non è un salotto, è un tea­tro di posa dove Almerina recita a soggetto, cioè assapora la sua pe­renne storia d’amore. «Lui si metteva lì, a scrivere o a dipingere, sul tavolo. E io qui, sul divano, dandogli le spalle, a cuci­re ( e si sdraia mettendo i piedi sul bracciolo opposto, con l’agilità di un’adolescente ). Tornato dal Cor­riere , verso le 9 di sera, era capace di lavorare fino alle 4 del mattino. E quando veniva gente a cena, Soa­vi, Afeltra... stessa cosa. Noi si chiacchierava, seduti in poltrona, e lui ci faceva compagnia, ma sen­za aprir bocca, con la macchina per scrivere sulle ginocchia, a pic­chiare sui tasti». Dino è qui, con i capelli a spazzo­la, la camicia bianca, la cravatta scura. E, come sempre, tace, na­scosto dietro lo sguardo languido dei suoi cagnoni, gli occhi bistrati delle sue modelle, le sue monta­gne baciate dal tramonto. Tace, Dino, ma annuisce, ascoltando la voce argentina, e guardando lon­tano, ben oltre i Giardini Pubblici, fino alla Torre Velasca, dall’alto del decimo piano e del cielo. «Lo conobbi nel ’62, ’63.Mi ave­va mandato il capo fotografo del Corriere a fargli una foto con un ra­gazzo che aveva vinto una borsa di studio. Una cosa così... Poi, abi­tava ancora in viale Majno con i suoi,mi presentò in casa.C’era an­che la Maria Pezzi, la mia amica Maria». Maria, «l’altra», in teoria. Non in pratica. «Maria era sua amica ( mi fissa con gli occhi chiari,non so se più ri­denti o più commossi )... L’ha aspet­tato per tutta la vita... Poi, quando sono arrivata io, ha capito». Ha capito che Almerina era quella giusta per il loro comune «lui». La sua freschezza infantile, la sua spontaneità, erano qualità perfette nel bilanciare il peso del­le ombre che gravavano sull’au­strungarico tedio senza il quale non avremmo avuto né Il deserto dei Tartari né Un amore , né le deci­ne, centinaia di racconti dove l’im­previsto flirta con la normalità, la fantasia si concede al dovere. «Guai a chi mi tocca la Maria, an­cora adesso... Invece la madre... La madre ( e questo, di sorriso, ha una punta di risentimento ) era una... si può dire, no? Bigotta. Ver­so i diciott’anni... diciott’anni di­co... un giorno Dino le chiese: “Mamma, posso non venire più?”. E lei: “Se non vuoi venire, non venire”.Parlavano della mes­sa della domenica, pensi un po’! No, lui non era credente. Però ha fatto da padrino al battesimo del­la figlia di Afeltra, per amicizia». Adesso tornano in libreria, do­po tanto, troppo tempo, I miracoli di Val Morel , dove la forma narrati­va de­ll’ ex voto s’accoppia all’eroti­smo sadico, alle fantasmagoriche incursioni nell’orrore (altro che le innumerevoli, e molto presunte, provocazioni marchettisticamen­te blasfeme dei nostri giorni). E Al­merina commenta così, secca, con laica ironia: «Del resto Santa Rita da Cascia è la santa dei mira­coli impossibili...». Nemmeno un miracolo, inve­ce, avrebbe concesso a lei la grazia di leggere Dino prima del suo ad­dio. «Me lo proibiva. Probabilmen­te non voleva contagiarmi con le sue inquietudini... Ma era proprio inflessibile. Anche per gli articoli, sa, per gli elzeviri! Tutte le mattine ci portavano il Corriere . Allora lui apriva la porta, lo ritirava, tagliava la pagina dove c’era il suo pezzo e mi consegnava il giornale». Dino annuisce ancora, mi par di intuire. Però dalla finestra-pal­co sullo spettacolo insolitamente limpido, alpino, della città, va in un’altra stanza, molto piccola, il sancta sanctorum del suo fervore creativo. Lo seguiamo. «Azzurra, cara, vieni ( Azzurra è quasi nera, una micia bellissima, anche se le manca una zampa ). L’ho salvata a Cortina tre anni fa, l’avevano investita... Ecco, guar­di, in questi scaffali ci sono i suoi li­bri più cari ( Nietzsche in tedesco, Arthur Rackham, i classici russi che erano i suoi preferiti ) ». Ma un grande ritratto della ma­dre ne ostruisce la vista. Allora Al­merina prende il quadro e lo depo­sita a terra. «Adesso stai qui, tu, e non dare fastidio».