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 2012  gennaio 27 Venerdì calendario

Gli aborigeni in rivolta Com’è dura l’eredità dei vecchi colonialisti – Sospinta in tutta fretta dalla scorta dentro un’auto che è parti­ta a gran velocità salvandola dalla furia di duecento aborigeni che picchiavano sulla carrozzeria ur­lando «razzista!»

Gli aborigeni in rivolta Com’è dura l’eredità dei vecchi colonialisti – Sospinta in tutta fretta dalla scorta dentro un’auto che è parti­ta a gran velocità salvandola dalla furia di duecento aborigeni che picchiavano sulla carrozzeria ur­lando «razzista!». Julia Gillard, ca­po del governo laburista australia­no, si è salvata così dall’irruzione di una folla di agitatissimi sosteni­tori dei diritti dei «nativi australia­ni » nel ristorante di Canberra do­ve ieri si celebrava l’Australia Day. Nella ressa, il capo del governo è caduta e ha perso, novella Cene­rentola, una scarpa, ma ha salvato la pelle dai bastoni e dalle pietre che venivano minacciosamente branditi. Anche il leader dell’op­posizione, il liberale Tony Abbott, se l’è cavata a fatica, infilando di volata una porta secondaria del ri­storante. L’obiettivo dei contestatori, in realtà, era proprio Abbott. Il quale aveva scelto la data che ricorda il primo sbarco dei coloni inglesi in Australia, avvenuto nel 1788, per chiedere la rimozione della cosid­detta ambasciata aborigena nella capitale Canberra, il precario ac­campamento fatto di tende e ba­racche che da quarant’anni viene usato per portare le istanze degli indigeni all’attenzione dei vertici politici nazionali. Questo ha fatto infuriare gli aborigeni, che sono un po’ gli indiani d’Australia e che come i loro cugini d’America vivo­no in gran parte in miseria e ai mar­gini della società. Ridotti a rappre­sentare poco più del 2 per cento della popolazione (meno di mez­zo milione di persone), sono soliti chiamare quello della festa nazio­nale «il giorno dell’invasione». L’aggressione contro il premier di un Paese che ospita ancora il vessillo britannico nella sua ban­diera e che riconosce la regina Eli­sabetta come capo dello Stato ha qualcosa di simbolico. Perché non sono momenti dei più tran­quilli per i lembi più remoti di quello che fu l’impero di Sua Mae­­stà, e a ben vedere nemmeno per quelli più prossimi a Londra.L’ira delle minoranze esplode di rado, ma con veemenza maggiore che in passato: è il caso, oltre che degli aborigeni australiani, dei maori neozelandesi, la cui grinta è stata resa celebre nel mondo dalla Haka, la loro tradizionale danza di guerra che la squadra naziona­le di rugby inscena prima di ogni partita. Oggi i maori non fanno guerre, ma sempre più spesso si fanno sentire nei tribunali per ot­tenere riconoscimenti ufficiali e restituzioni di terre e beni. Ma per­fino a Cipro, colonia inglese fino al 1960, nei giorni scorsi ci sono state accese proteste contro l’ex­traterritorialità delle due grandi basi aeree britan­niche di Akrotiri e Dhekelia, senza di­menticare le pe­renni pressioni spagnole per il «ri­torno alla madre­patria » dell’ulti­mo possedimento di Londra sulla terraferma euro­pea, Gibilterra. Un caso a parte, e di assoluta at­tualità, è rappresentato dalle isole Falkland,remoto territorio brita­n­nico nell’Atlantico del sud al largo delle coste argentine. Il rinnovato vigore con cui la presidente Cristi­na Kirchner s’impegna­per riapri­re la questione della sovranità sul­l’arcipelago che a Buenos Aires chiamano Malvinas è un altro aspetto del nuovo clima con cui si deve confrontare ciò che rimane del colonialismo di Londra. In al­tre parole il fatto che, a trent’anni esatti dalla guerra anglo-argenti­na per le Falkland, la Kirchner stia promuovendo una campagna in­ternazionale di pressioni sul Re­gno Unito che comprende addi­rittura un blocco navale del Merco­sur (la comunità economica suda­mericana), sottoli­nea un fatto nuovo: a differenza che nel 1982, è Londra a essere iso­lata e non Buenos Aires. Che peral­tro ignora apertamente il fatto che i tremila abitanti delle Falkland abbiano espresso con la massima chiarezza possibile la loro deter­minazione a rimanere ciò che so­no dal 1833: sudditi di Londra per libera scelta.