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 2012  gennaio 27 Venerdì calendario

In libertà o latitanti all’estero: professione ex terrorista rosso – Alla sera, intorno alle 22, rientra puntualmente nel carcere di Opera

In libertà o latitanti all’estero: professione ex terrorista rosso – Alla sera, intorno alle 22, rientra puntualmente nel carcere di Opera. E al croni­sta che gli chiede conto dei presun­ti misteri delle Brigate rosse di cui fu a lungo il capo, Mario Moretti ri­sponde ironico: «Tutti dicono che dietro di noi c’era la Cia.Mi dovreb­be pagare la pensione la Cia, inve­ce resto in cella ». Moretti è tecnica­mente semilibero, ma ormai ap­partiene a una tribù in via di estin­zion­e perché quasi tutti gli ex briga­tisti hanno risolto i loro conti con la giustizia e si sono rifatti una vita. Lui no, non può, perché, come Val­lanzasca, è un simbolo e i simboli non vengono scarcerati. Gli altri, tutti gli altri, sì. Renato Curcio è ormai un pensionato di settant’anni; a suo tempo aveva aperto una cooperativa editoriale, Sensibili alle foglie , a Trento; poi si è risposato, si è trasferito a Carrù, in provincia di Cuneo, vive in un ca­solare, scrive libri sul mondo del la­voro. Insomma, il profilo del pri­mo grande leader brigatista asso­mig­lia molto a quello di un patriar­ca che infatti viene invitato qua e là per l’Italia a tenere conferenze. Può sembrare strano, perfino in­decente, ma l’Italia funziona così. Molti protagonisti di quella stagio­ne sanguinaria- e va detto che Cur­cio appartiene alla prima epoca, fi­nita nel ’ 74, in cui le Br non uccide­vano- sono oggi riveriti, corteggia­ti, premiati. Adriana Faranda, che partecipò al sequestro Moro, fa la fotografa. E nel 2006 ha vinto un premio a Chieti con il suo roman­zo Il volo della farfalla . E Susanna Ronconi, unico caso di pendolari­smo fra Brigate rosse e Prima linea, ha avuto consulenze da Asl, Comu­ni e dal ministro Livia Turco. Fin­ché non sono esplose le polemi­che, feroci, e lei ha dovuto fare un passo indietro. La mappa degli ex è una sorpre­sa continua. Sergio Segio, uno dei fondatori di Prima linea, lavora nel sociale, scrive libri e a chi gli rinfac­cia il passato risponde secco: «Prendersela con noi è come spara­re sulla Croce rossa». Maurice Bi­gnami, altro capo storico di Prima linea, a suo tempo condannato al­­l’ergastolo e oggi libero, è un diri­gente della Caritas e al Giornale di­chiara: «Temo che un giorno al­l’ Isola dei famosi sbarcherà un ex terrorista». Un’esagerazione? Può darsi, però il red carpet viene sroto­lato con grande disinvoltura sotto i piedi di quelli che allora sparava­no e oggi si sono riciclati come sag­gisti, conferenzieri, studiosi del­l’alienazione contemporanea. Ci sono voluti anni e anni per re­stit­uire dignità ai familiari delle vit­time, dimenticati e rintanati nelle loro disgrazie. Alla vedova del pro­cu­ratore generale di Genova Fran­cesco Coco, ammazzato dalle Br, la medaglia d’oro fu recapitata per posta da uno Stato vile e codardo e un’altra vedova, quella del mare­sciallo Bazzega, morto in un con­flitto a fuoco con il terrorista Wal­ter Alasia, ha raccontato sempre al Giornale la sua sofferenza quoti­diana: «Andavo in ufficio e tutti i giorni mi toccava vedere le scritte sui muri di Milano che inneggiava­no all’assassino di mio marito: “Onore al compagno Alasia”». A sua volta morto in quella sparato­ria. A molti ex brigatisti è andata be­ne. Sergio D’Elia, che fu uno dei lea­der di Prima linea a Firenze, è di­ventato addirittura deputato e se­gretario d’Aula, rappresentante di quelle istituzioni che in gioventù voleva abbattere. Oggi non è più parlamentare ma si occupa di un’associazione molto attiva con­tro la pena di morte: Nessuno toc­chi Caino . Alberto Franceschini, che con Curcio fu alla testa delle prime Br, fa il consulente per l’Ar­ci, scrive libri su libri e ha concesso pure un’intervista televisiva sce­gliendo come fondale via Fani, do­ve la scorta di Moro fu annientata. Purtroppo il tempo non è galantuo­mo: alcuni faticano per elaborare il lutto, altri si trasformano piano piano in reduci, campano di me­morialistica, talvolta calpestano non solo il buongusto ma anche la pietà. Alessio Casimirri, l’unico del commando di via Fani a non aver fatto un giorno di carcere, è scappa­to in Nicaragua e a Managua ha aperto un ristorante: La cueva del buzo . Lui è ancora latitante, ma or­mai anche la pattuglia dei fuggitivi si assottiglia anno dopo anno. L’Italia ha celebrato i suoi processi e non sempre le condanne sono state così esemplari, come la gau­che francese, puntualmente disin­formata, va raccontando sulle sue riviste patinate. Achille Lollo, uno dei protagonisti del rogo di Prima­valle, episodio terrificante in cui morirono bruciati i due fratelli Mattei, fu punito con 18 anni. Riu­scì ad andarsene, in Brasile e dal Brasile ha svelato tutta la storia di quella tragedia. Poi quando la pe­na è stata dichiarata prescritta, è rientrato in Italia e si è fatto pure in­terrogare, giusto un anno fa, senza peraltro rispondere alle domande del magistrato. Giorgio Pietrostefa­ni, che con Adriano Sofri avrebbe organizzato l’omicidio del com­missario Luigi Calabresi, l’incipit degli anni di piombo nel maggio ’72, è fuggito a Parigi e di lui ufficial­mente si sono perse le tracce. Ma anche la colonia parigina è sem­pre più esigua. Cesare Battisti, il sanguinario killer dei Pac, ormai sul punto di essere estradato in Ita­lia, tagliò la corda, a quanto pare, con la connivenza dei servizi segre­ti. E con l’aiuto,nemmeno tanto ce­­lato, di molti intellettuali delle gau­che che sul sistema giudiziario ita­liano continuano a dire una mon­tagna di incredibili sciocchezze. Il resto della sua storia è stranoto. Viene riacciuffato in Brasile, sulle spiagge dorate di Rio, ma poi dopo un estenuante ping pong, torna li­bero e può rientrare nella sua se­conda vita di scrittore noir, affer­mato e anzi osannato in Francia. Adriano Sofri, leader, va precisa­to, non delle Br ma di Lotta conti­nua, al centro del più controverso caso della nostra storia, ha appena finito di scontare i suoi 22 ani di car­cere. È libero, da pochissimi gior­ni, ed è rientrato con tempismo nel­la cronaca, firmando per Repubbli­ca un reportage dal Giglio. Alla libertà è arrivata, l’anno scorso, anche Barbara Balzerani che alle nuove generazioni dice po­co ma che nelle Br ha avuto un ruo­lo importantissimo. Pure per lei è arrivato il fine pena. Come è scatta­to per colonnelli e soldati semplici di quella guerra. E una testa fine co­me Enrico Fenzi, intellettuale, stu­dioso di Petrarca e brigatista della colonna genovese, ha trovato il modo, chissà se volutamente, di giocare con quella pesantissima eredità: il ristorante che ha aperto con la sua compagna Isabella Ra­vazzi si chiama Ombre rosse . In carcere, a parte Moretti e po­chi altri, non c’è più nessuno.Nem­meno con la formula più soft della semilibertà che permette una vita normale, un lavoro, e il rientro not­turno dietro le mura. Ma in galera è tornato Roberto Sandalo, torine­se, uno dei nomi più noti di Prima linea, in grado con il suo pentimen­to accompagnato da una memo­ria prodigiosa, di smantellare l’or­ganizzazione. Sandalo ha ideato al­cuni attentati, compiuti con ordi­gni rudimentali, contro moschee e luoghi dell’Islam, fra Milano e l’hinterland. Con il Giornale si è giustificato così: «Ho voluto reagi­re a un clima di indolenza generale in cui vince l’estremismo». Si riferi­va al terrorismo che oggi ci spaven­ta di più, quello legato all’11 set­tembre. Ma in procura a Milano, nella città in cui furono ammazzati i giudici Galli e Alessandrini, si so­no riaffacciati i fantasmi di una sta­gione che pareva finita da un pez­zo. E forse anche questo spiega la pena, 9 anni e 9 mesi in primo gra­do, davvero severa. Per lui non c’è stato nessuno sconto.