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 2012  gennaio 27 Venerdì calendario

Quando il calcio perde la memoria Triestina e Spal, fallimenti storici – Chi mai può portare, oggi, un’alabarda sul petto? Chi mai può vantare un nome che è addirittura un acronimo per metà in latino? Questoè la Triestina (alabarde), questo è la Spal (latinorum), ovvero la Società Polisportiva Ars et Labor

Quando il calcio perde la memoria Triestina e Spal, fallimenti storici – Chi mai può portare, oggi, un’alabarda sul petto? Chi mai può vantare un nome che è addirittura un acronimo per metà in latino? Questoè la Triestina (alabarde), questo è la Spal (latinorum), ovvero la Società Polisportiva Ars et Labor. La prima la cantò Umberto Saba. La seconda è una punta di compasso nel cuore delle geografie del calcio, solo in apparenza periferiche. Perché Trieste e Ferrara, lassù a destra sulla cartina dell’Italia e quaggiù nel mezzo della pianura, sono state pietre angolari di un edificio che ora si sgretola come un biscotto, con buona pace di storia, gloria e memoria. L’Unione Sportiva Triestina Calcio è fallita l’altro ieri. La Spal ha due giorni di tempo per non fare la stessa fine. Stritolate, entrambe, da una crisia precipizio e da gestioni finanziarie quantomeno allegre. La Triestina era già fallita nel ’94, la Spal fu sul punto di scomparire nel 2005, e venne salvata solo grazie al lodo Petrucci. Ma sulla sabbia non c’è palazzo che non vacilli. Ed è così che questa crudele spirale parallela, questa caduta in avvitamento sembra una storia gemella, come se alabardati e latinisti si fossero uniti nella sciagura e nella disfatta. Perché non sanguinano solo i libri contabili. Chiunque abbia un po’ a cuore il pallone, non può non essere affezionato al ricordo del paròn Rocco, del quale proprio quest’anno si celebra il centenario della nascita (20 maggio 1912) con varie iniziative e una grande mostra curata da Gigi Garanzini. Il pensiero di Rocco non merita di essere confuso con questo triste presente, del resto tra triste e Trieste c’è ben poca differenza. Rocco, che nella Triestina giocò (e fu il primo, di quelle terre, ad arrivare in nazionale) e poi allenò, sfiorando addirittura lo scudetto nel ’48, l’ultimo vinto dal Grande Torino (il successivo sarebbe stato assegnato alla memoria), prima della sciagura di Superga. Il paròn, burbero benefico, aveva introdotto il "mezzo modulo", una specie di genitore del calcio all’italiana, lui che in quella stagione memorabile usò appena quindici giocatori. Un decennio prima, la Triestina aveva dato addirittura tre elementi all’Italia campione del mondo: Piero Pasinati, Gino Colaussi e Bruno Chizzo, e il resto se lo porta via il tempo. Non i versi di Saba, però, che in "Squadra paesana" scrive: "Anch’io tra i molti vi saluto, rosso-alabardati/sputati dalla terra natìa,/da tutto un popolo amati". La Triestina rimase in A, ininterrottamente, dal ’29 al ’57, sola in testa nel ’42, poi la caduta inesorabile, l’ultima serie B due anni fa, quindi lo schianto in prima divisioneLega Pro. Infine, il baratro contabile e l’onta del tribunale. «Non vediamo un euro da ottobre», dice, sconsolato, l’allenatore Nanu Galderisi, ex juventino dal fiammante gesto tecnico. Cose perdute, pure quelle, nelle fauci del tempo gran divoratore. Anche la Spal sta oggi nell’ex serie C, dove sembrava avere trovato un metodo infallibile per autofinanziarsi. Il presidente Cesare Butelli s’inventò il parco fotovoltaico, gestito come società sportiva, contratti in apparenza garantiti con le società dell’energia e futuro illuminato come si conviene. Era un’illusione: la lampadina si è fulminata presto. Da luglio, neppure un centesimo di stipendio pagato, e la messa in mora del club è imminente: restano 48 ore per trovare i soldi, cioè nuovi acquirenti finora fantasmatici (niente cordata romana, meno che mai quella lombarda), poi i giocatori saranno liberi di cercarsi una nuova squadra, e la Spal diventerà un guscio vuoto. Una malinconia, per chi nacque allo sport nel 1907, cinque anni prima della Triestina, e ha giocato sedici stagioni in A, mica una settimana, anche se ormai vi manca da più di quarant’anni, e in B da venti. La Spal di Oscar Massei, fuoriclasse argentino che quasi più nessuno ricorda, ma anche di Fabio Capello, Albertino Bigon e del leggendario portiere Bugatti. Generazioni di bambini si sono chiesti cosa mai volesse dire Spal, quel nome persino più strano di Sampdoria, Juventus e Atalanta. Perché sono belle le squadre che non hanno il nome di una città, ma non meno affascinanti le altre che invece una città evocano, come la bellae remota Trieste con la sua "scontrosa grazia", ed è ancora Saba. Colui che salutava le alabarde sul petto, dove oggi sanguina una piccola lacrima di nostalgia.