Enrico Franceschini, la Repubblica 27/01/2012, 27 gennaio 2012
L’addio di Sergei il "cigno nero" del Royal Ballet – Lo chiamavano "il nuovo Baryshnikov". E anche "il nuovo Nureyev"
L’addio di Sergei il "cigno nero" del Royal Ballet – Lo chiamavano "il nuovo Baryshnikov". E anche "il nuovo Nureyev". Ad appena 21 anni d’età, Sergei Polunin aveva il mondo ai suoi piedi, e non è soltanto un modo di dire: come primo ballerino del Royal Ballet, la prestigiosa compagnia di danza classica di Londra e una delle più famose del pianeta, volava letteralmente sul palcoscenico lasciando il pubblico e i suoi stessi colleghi sbalorditi per la straordinaria fisicità e drammaticità delle sue interpretazioni. Sembrava destinato a una lunga e luminosa carriera, ripercorrendo le orme del grande Rudolf e del grande Mikhail, a conferma della supremazia dei russi - o meglio degli slavi, essendo lui nato in Ucraina - nel super competitivo campo del balletto. Ma all’improvviso, due sere fa, a una settimana dalla prima di una nuova opera, si è presentato alla direttrice del Covent Garden, come si chiama il teatro di danza londinese, per annunciarle a bruciapelo: «Me ne vado. Non faccio più parte di questa compagnia». Ed è scomparso. Bè, non proprio scomparso: si è rifugiato nel retrobottega della London Tattoo Company, negozio di tatuaggi di cui è co-proprietario e che reclamizzava di persona con il disegno di un artiglio di tigre sulla schiena, non proprio il genere di ornamenti che abitualmente adornano il corpo dei ballerini di danza classica. È restato lì fino all’alba, quindi ha scritto un messaggio su Twitter, ormai il mezzo di comunicazione delle star: «Ho superato la notte. Ora farò le mie prossime mosse». Intanto si era sparsa la voce che Sergei aveva rotto nei giorni scorsi con la fidanzata, Helen Crawford, anche lei una ballerina del Royal Ballet. Chi ha lasciato chi, non è chiaro. Di sicuro, lui non stava bene. Sempre su Twitter, recentemente aveva lanciato un paio di lamenti piuttosto disperati: «L’importante è avere abbastanza birra da arrivare al mattino». E poi: «Qualcuno ha dell’eroina da vendere? Ho bisogno di tirarmi su il morale». Un altro "cigno nero"? Nell’ambiente internazionale della danza la voce è corsa in un baleno: come nell’omonimo film pluricandidato all’Oscar dello scorso anno, la storia di una stella del balletto che precipita all’inferno pare rivelare il groviglio di ambizioni, rivalità e sofferenze che animano questo mondo sofisticato e spietato. La vita di Sergei, in effetti, potrebbe riempire senza difficoltà il grande schermo o le pagine di un romanzo. Nato in una poverissima famiglia ucraina, in una cittadina di provincia sul mar Nero, nel 1990, proprio mentre l’Unione Sovietica va in pezzi, cresce in una casa senza elettricità e senza acqua corrente. A otto anni si ammala di polmonite e resta tre mesi in ospedale: lo danno per spacciato, finché la madre lo porta da un misterioso guaritore che lo cura con il potere delle sue mani. Tornato in piedi, vorrebbe giocare a pallone, la sua grande passione, ma la mamma vede nelle sue gambe un diverso talento: lo manda a Kiev, lo iscrive a una scuola di ballo, lo costringe a duri sacrifici, puntando sul figlio come unica possibile via d’uscita dalla miseria. Vede giusto, perché a 13 anni il ragazzo ottiene una borsa di studio per il Royal Ballet di Londra, a 17 anni vince il titolo di "miglior giovane ballerino d’Inghilterra", a 19 diventa primo ballerino del Covent Garden: nessuno era mai giunto così giovane a quel ruolo. Piovono i paragoni con Nureyev e Baryshnikov, insieme a contratti dorati. Di colpo, Sergei ha tutto: onori, soldi, amori. Ma lui si rilassa soltanto giocando ai videogiochi (uno di guerra, "Call of duty", e uno di calcio, "Fifa 2011", sono i suoi preferiti) e cercando conforto in due attori di cui riguarda in continuazione sempre gli stessi film, come ossessionato: Al Pacino in Scarface e Il padrino, Russel Crowe in Il gladiatore. Dice Lauren Cuthberson, la ballerina che doveva danzare con Sergei in "Romeo e Giulietta" la prossima primavera: «Era una bestia di forza e intensità emotiva, facevo cose con lui sul palco che nessuno mi ha mai fatto fare». E poi che è successo? Un’ipotesi è che altre compagnie gli abbiano offerto più soldi: ma che bisogno c’era di andarsene così? Sua madre, non più povera, ora sempre in viaggio tra Kiev e Londra, racconta alla Bbc: «Mi ha telefonato per dirmi che se ne andava. Non ha detto dove. Non ha detto perché. Ma io so che il mio Sergei è pieno di talento. Sono certa che sa quello che fa. Se ha deciso di lasciare il Royal Ballet, deve averci pensato bene. Credetemi, mio figlio non perderà mai la testa». Può darsi, e c’è da augurarselo, per lui e per la danza classica. Ma forse nel "cigno nero" d’Ucraina si è spezzato qualcosa.