Jon Henley, La Stampa 27/1/2012, 27 gennaio 2012
RITRATTO DI SARKOZY
Antipatico in patria statista all’estero -
Sembra che, quando si tratta di Nicolas Sarkozy , non si possa mai esserne sicuri. Anche se ciò che salta più all’occhio dipende in larga misura da dove si vive. In Francia i dubbi sembrano ormai fugati. Non è facile esagerare la portata dell’antipatia di gran parte della nazione per il proprio presidente.
«Antipatia», in effetti, è un termine decisamente eufemistico: siamo in presenza di un senso di vergogna, una feroce e fredda avversione, che possono lasciare attoniti.
Le ragioni sono molteplici. Una è la delusione: «Non è facile riportare alla memoria, adesso, la speranza che così tante persone avevano investito nel già ministro degli Interni serioso e diligente che è balzato all’Eliseo nel 2007 come il presidente più popolare della Quinta repubblica», ha dichiarato un diplomatico francese.
Sarkozy aveva promesso «rottura» - scuotere il Paese, disfarsi delle zavorre, contribuire al prosperare delle imprese - e la Francia, stanca di miserie e immobilismo, ci aveva creduto. Adesso anche i più fedeli parlano amaramente di quanto poco sia stato fatto. Il risultato di maggiore rilievo del presidente è stato l’innalzamento dell’età pensionistica da 60 a 62 anni.
Sarkozy è sulla graticola. Semplicemente «non ha capito di che pasta devono essere fatti i presidenti francesi», ha dichiarato Xavier Rolland, analista di affari internazionali. I presidenti francesi devono essere alti, dignitosi, riflessivi, raffinati, distinti. Esteticamente consapevoli, intellettualmente mirabili.
Fuori dalla Francia, le sensazioni sono diverse. Sappiamo come lo considerano in patria: è bastata la vistosa festa per la vittoria, la grossolana apparizione sulla barca da 60 metri dell’amico miliardario e il raccapricciante servizio fotografico a EuroDisney con la nuova fidanzata perché il 53% degli elettori che lo hanno sostenuto si rendesse conto di aver fatto un errore.
Questo lato della storia, almeno per molti britannici, è divertente. Tuttavia, se chiedete a chi l’ha visto al lavoro - diplomatici, politici e analisi - emergerà una figura diversa. Queste persone usano aggettivi quali «metodico, strategico, riflessivo, determinato, efficace». «Capisce al volo», «impara in fretta a padroneggiare un ruolo», «è bravo a spiegare la propria posizione».
Ed è emotivo, impetuoso, «difficile da smuovere» e «molto francese». Ma questo era prevedibile.
Sul palcoscenico internazionale afferma Robin Niblett, direttore dell’istituto per gli affari esteri Chatham House - Sarkozy è «concentrato sull’interesse nazionale francese, spietato per raggiungerlo, se è necessario, e di sicuro uno stratega». Anche i risultati in patria - sostiene Niblett - non sono nel complesso così trascurabili come li dipingono i francesi. È vero che dà l’impressione di «cercare di sembrare di più di quello che pensa la gente».
E ciò che ha fatto - riforma di università e pensioni, alleggerimento degli effetti più dannosi della settimana da 35 ore, trattamento fiscale favorevole della ricerca - è lontano dalle sue promesse elettorali e da ciò di cui la Francia ha bisogno. Ma, anche se «nessuna di queste riforme è radicale, è come Obama con la riforma sanitaria. Ha aperto dei varchi nelle questioni in discussione».
Pur riconoscendo i problemi creati dalla sua impulsività, una fonte diplomatica britannica eccellente loda il pragmatismo di Sarkozy: «Se non gli si dice “Guarda, Nicolas, è assolutamente inaccettabile”, ma piuttosto “Guarda, Nicolas, queste sono le realtà politiche del mio Paese e questo significa che non possiamo fare ciò che proponi”, immediatamente lui cercherà di trovare una soluzione accettabile per ambo le parti».
Sull’Europa molti osservatori e protagonisti britannici pensano che Sarkozy abbia avuto un ruolo di minore forza. «È in una posizione molto difficile ha dichiarato Charles Grant, del Centre for European Reform -. Per la prima volta nella storia dell’Ue, la Francia non sta tirando le fila».
La Germania - aggiunge Grant «può aver vinto la maggior parte delle battaglie fondamentali» su un sistema maggiormente basato sulle regole. Ma - come fa notare Niblett Sarkozy è riuscito a placare le preoccupazioni della Germania sul destino dell’euro, puntando su alcuni obiettivi francesi a lungo termine: «Maggiore governance economica europea, armonizzazione delle tasse aziendali, controllo degli eccessi della finanza, forse una Robin Hood tax. In questo senso, sì, è uno statista».
Al ministero degli Esteri il presidente riceve plausi per aver affossato «i vecchi pregiudizi gaullisti contro gli anglosassoni». E i primi ministri britannici hanno, tutto considerato, goduto di una «relazione buona, funzionante, efficace» con Sarkozy, osservano gli alti funzionari. A Blair piaceva Sarkozy; Brown andava «eccezionalmente d’accordo con lui».
Anche la maggior parte dei giovani politici ha un’opinione positiva. Denis MacShane, il ministro europeo di Blair, descrive Sarkozy come un «uomo veemente ed energico», che «mi scuoteva per le spalle per farmi capire un punto, ma che otteneva risultati, anche da ministro degli Interni».
All’epoca, il campo per i rifugiati Sangatte era l’unico problema nelle relazioni franco-inglesi, dichiara MacShane: «Sarkozy incontrò il ministro dell’Interno britannico Blunkett. Visitò Sangatte. Venne, vide, chiuse. Forse fu un gesto più simbolico che altro, ma risolse il problema». Altri osservatori citano come esempio del pensiero strategico a lungo termine di Sarkozy la sua determinazione a «tornare dalla parte giusta» degli Usa, la sua decisione di riportare la Francia nella Nato e il sostegno alla collaborazione di Inghilterra e Francia su difesa e sicurezza.
Uno dei suoi primi interventi, con il quale ottenne la fine delle ostilità in Georgia nel 2008, mentre la Francia era alla presidenza Ue, fu «quasi churchilliano», argomenta Niblett. «Non fu tanto una questione di strategia: la situazione stava evolvendo rapidamente. Ma c’era in lui una determinazione a rimanere saldi, a fare qualcosa. Colse l’attimo».
Più di recente è sempre stato Sarkozy a rivedere per primo le posizioni sulla Libia: facendo una scommessa pragmatica sul riconoscimento dei ribelli, convincendo gli Usa a unirsi, inviando missioni sul territorio libico prima di chiunque altro, fornendo armi e convocando due summit all’Eliseo. «È stato audace, e ha funzionato», dice un alto funzionario.
I leader nazionali spesso vengono considerati in modo diverso all’esterno dei loro confini. Sarkozy, il più ambiguo dei politici, non sarà Talleyrand. Ma forse merita di più di quanto gli riconoscano i francesi.
"SECONDO I FRANCESI"
"Aveva promesso una svolta, ma l’elettorato è rimasto subito deluso"
"PER GLI ANALISTI"
"Molti politologi apprezzano le sue capacità di rapido decisionista"