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 2012  gennaio 27 Venerdì calendario

E LONGANESI SCOPRÌ QUEL GENIACCIO DI RICCIARDETTO


Nel marzo del 1937 Leo Longanesi, scrittore-giornalista-editore-pittore, fondò il primo settimanale italiano di attualità chiamandolo Omnibus. Ironico, corrosivo ed anticonformista, il periodico dava largo spazio alla critica di costume ed all’immagine fotografica e raccolse, fino alla sua soppressione avvenuta a fine gennaio del 1939, giornalisti e scrittori quali Elio Vittorini, Arrigo Benedetti, Vitaliano Brancati, Mario Pannunzio, Mario Soldati e Augusto Guerriero. Il settimanale, edito da Angelo Rizzoli, arrivò a vendere fino a 70 mila copie, ospitava una significativa rubrica di «Lettere al Direttore» gestita direttamente da Longanesi ed aveva quale responsabile della sezione teatrale Alberto Savinio (Andrea De Chirico) mentre la linea della letteratura era affidata ad Emilio Cecchi.
Proprio a Guerriero, magistrato della Corte dei Conti e giornalista a tempo perso, Leo dette il suggerimento di firmare gli articoli con lo pseudonimo «Ricciardetto», riprendendo il titolo di un poema burlesco del ’700 del poeta pistoiese Niccolò Forteguerri dove allusioni satiriche e bizzarre parodie epico-cavalleresche si intrecciano con continui capovolgimenti di fronte.
Augusto era nato ad Avellino il 16 agosto 1893. Figlio di un medico, aveva frequentato il liceo nella sua città e successivamente si era brillantemente laureato in giurisprudenza presso l’Università di Napoli. Alcuni suoi articoli vennero pubblicati nel maggiore quotidiano partenopeo, Il Mattino, diretto da Edoardo Scarfoglio che subito intuì le potenzialità del giovane ed instaurò con lui un rapporto continuativo che dovette interrompersi con il richiamo alle armi dello stesso Augusto, inviato sul fronte della prima guerra mondiale come ufficiale.
Nel 1920 vinse diversi concorsi pubblici ed entrò nella amministrazione statale lavorando in Libia ed in Italia. Vinto un ulteriore concorso alla Corte dei Conti, iniziò l’attività nel 1933 per restarvi fino al 1957 quando sarà posto in pensione con il grado di presidente Onorario. Ma nel frattempo, la sua voglia di giornalismo si era ancor più rinsaldata, continuando a collaborare con Il Mattino e con La Stampa di Torino. Chiamato in seguito al Corriere della Sera, iniziò l’attività principale di abile commentatore di politica estera mentre nel 1950, attraverso una rubrica di posta con i lettori, consoliderà sul settimanale Epoca dell’editore Mondadori quella sfolgorante carriera di opinionista a tutto tondo che lo porterà ad essere definito il «Walter Lippmann italiano». Perfetto conoscitore di tre lingue (inglese, francese e tedesco), studioso di russo e cinese, arguto, chiaro nelle esposizioni, irriverente con i potenti e dotato di straordinario senso dell’humour, Ricciardetto ebbe certezze assolute nell’Alleanza Atlantica e nel Mercato Comune Europeo, con un debole per le sorti di Israele. Negli anni ’60 si avvicinò con sempre maggiore insistenza alla ricerca teologica, pubblicando nel 1973 un libro che diventò un autentico best-seller di allora: «Quaesivi et non inveni» (si cerca perché non si è trovato).
Colpito agli inizi degli anni ’70 da una grave forma di aracnoidite spinale e da progressiva sordità, trascorse gli ultimi anni in assoluto riserbo, «esercitandosi a morire» come scrisse all’amico Indro Montanelli. Cosa che gli «riuscì» il 31 dicembre 1981.

Sergio De Benedetti