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 2012  gennaio 25 Mercoledì calendario

Bolaño e l’America Latina fantascientifica – Scomparso a cinquant’anni nel 2003, scrittore compulsivo, autore di un’opera sterminata, o forse d’un solo romanzo particolarmente bello, contorto e molto lungo, Roberto Bolaño era già un cileno in esilio prima che Salvador Allende e i suoi nemici, i militari, mandassero il paese in rovina

Bolaño e l’America Latina fantascientifica – Scomparso a cinquant’anni nel 2003, scrittore compulsivo, autore di un’opera sterminata, o forse d’un solo romanzo particolarmente bello, contorto e molto lungo, Roberto Bolaño era già un cileno in esilio prima che Salvador Allende e i suoi nemici, i militari, mandassero il paese in rovina. Bolaño, all’epoca, viveva in Messico, dove suo padre era emigrato anni prima. Dopo il golpe, tentò d’unirsi alla resistenza, e per poco non ci lasciò la pelle. Passò in Europa, dove si diede all’eroina e alla poesia, poi al romanzo. Ormai vedeva l’America latina come un continente sotto incantesimo. Era più o meno la stessa idea che se ne era fatta, già da parecchi anni, anche Mario Vargas Llosa. Nel suo ultimo romanzo, uno dei numerosi inediti lasciati da Bolaño ai suoi eredi, I dispiaceri del vero poliziotto, pp. 312, euro 19, Adelphi 2011, dedicato alla «memoria di Manuel Puig e Philip K. Dick», si può leggere questo sogno del protagonista, il professor Amalfitano, ex marxista e omosessuale tardivo: «Perché non sono sfuggito come il Topolino Astuto tra i ferri dei Premi Lenin e dei Premi Stalin e delle Coreane che Raccolgono Firme per la Pace e non ho scoperto quello che bisognava scoprire, quello che solo i ciechi non vedevano? Perché non ho detto i russi, i cinesi, i cubani stanno facendo una grande stronzata a una di quelle riunioni così serie d’intellettuali di sinistra? (...) E perché mi faccio dei sensi di colpa? Non ho ammazzato io Isaak Babel. Non ho mandato a puttane la vita di Reinaldo Arenas. Non ho fatto la Rivoluzione Culturale né ho lodato la Banda dei Quattro come altri intellettuali latinoamericani. (...) Perciò di che cosa sono colpevole?» Nessuna colpa, ma la maledizione dell’America latina: un labirinto borgesiano, senza uscite, o con uscite metafisiche, come nelle storie di fantascienza gnostica scritte dall’autore di Blade Runner, Philip K. Dick, al quale Bolaño dedica I dispiaceri del vero poliziotto. Ma Bolaño, col tempo, s’interessò sempre meno alla politica e sempre più alla letteratura, e più da lettore che da scrittore. Autore di romanzi sui romanzi, storie di cui sono protagonisti poeti, saggisti e romanzieri, romanzi che comunicano tra loro attraverso personaggi ubiqui a tutte le trame come i membri del cast balzachiano nella Commedia umana, romanzi dove si raccontano straordinarie trame di romanzi, tutti inventati e bellissimi. Come per esempio La ricerca di Sam O’Rourke, un hard-boiled di J.M.G. Arcimboldi, Gallimard 1960, che Bolaño riassume evocando «le conversazioni che O’ Rourke ha con poliziotti, ladruncoli, gorilla, guardie notturne, benzinai, spioni, puttane e trafficanti sono riprodotte integralmente e hanno per tema l’esistenza di Dio, il progresso, la matematica, la vita dopo la morte, la lettura della Bibbia, le donnacce e le brave mogli, i dischi volanti, il ruolo di Cristo sui pianeti sconosciuti, i vantaggi della vita di campagna sulla vita di città (aria pura, verdure e latte fresco, ginnastica quotidiana garantita)» (...). È di questi temi, come un sistema d’inquisizioni borgesiane, però in salsa splatter, che sono fatti i libri di Bolaño, da La letteratura nazista in America latina, Sellerio 1998, a Detective selvaggi, Sellerio 2002, fino allo sterminato e complesso 2666, Adelphi 2009. Amalfitano, il suo eroe, insegnante di letteratura in Messico dopo essere stato cacciato dall’università di Barcellona dopo uno scandalo omosessuale, è tra i protagonisti anche di 2666. Nei Dispiaceri del vero poliziotto Bolaño spiega cosa «cos’è che impararono gli allievi d’Amalfitano? Impararono a recitare a voce alta. Mandarono a memoria le due o tre poesie che più amavano per ricordarle nei momenti opportuni: funerali, nozze, solitudini. Capirono che un libro era un labirinto e un deserto. Che la cosa più importante del mondo era leggere e viaggiare, forse la stessa cosa, senza fermarsi mai. (...) Che ogni sistema di scrittura è un tradimento. Che la vera poesia vive tra l’abisso e la sventura e che vicino a casa sua passa la strada maestra dei gesti gratuiti, dell’eleganza degli occhi e della sorte di Marcabruno. Che il principale insegnamento della letteratura era il coraggio».