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 2012  gennaio 25 Mercoledì calendario

Recessione permanente da art. 18 – L’economia di mercato è un sistema semplice nei suoi meccanismi di funzionamento

Recessione permanente da art. 18 – L’economia di mercato è un sistema semplice nei suoi meccanismi di funzionamento. Si basa e funziona su poche regole condivise e accettate. Sarà anche per questo fatto che gli investitori internazionali osservano con un certo smarrimento il dibattito in corso da anni in Italia sul cosiddetto art. 18 dello statuto dei lavoratori (tornato d’attualità con la riforma del lavoro del ministro Elsa Fornero). Una norma che limita alla giusta causa o al giustificato motivo la licenziabilità dei lavoratori al di fuori delle microimprese. Un testo varato nel 1970, quando la Cina era ancora agricola, l’Urss si illudeva di competere con la pianificazione pluriennale centralista, l’euro non esisteva e nella Silicon Valley la rivoluzione digitale era agli albori. Gli investitori, nel frattempo, hanno assistito a molti cambiamenti nel mercato del lavoro globale. Nella Cina, ancora comunista, le imprese possono licenziare se le esigenze del mercato lo richiedono. Nella Russia postcomunista la flessibilità contrattuale è molto accentuata e le imprese sono libere di seguire il ciclo. In Finlandia, dove la competitività sistemica è un valore altrettanto importante quanto la protezione sociale, le aziende possono licenziare. Lo stesso accade in Irlanda, negli Usa o in Nuova Zelanda. In questo contesto il capitale internazionale può decidere dove investire: meno nei paesi «datati» come l’Italia, molto in quelli più innovatori. E sono proprio i paesi che si sono gettati alle spalle la stagione della «giusta causa del licenziamento» che attirano più capitale, quelli che possono offrire più opportunità di lavoro: non i soliti immutabili, e sempre meno difendibili posti fissi novecenteschi. Questi paesi hanno un pil più dinamico di quello italiano ed una produttività più alta. Restando ferma al suo passato, l’economia italiana condanna le generazioni più giovani alla sottooccupazione ed al precariato. Già oggi, un terzo dei giovani italiani non lavora e gode di molte meno opportunità di molti giovani a livello internazionale. Presto saranno anche senza futuro. L’errore nella discussione sull’art. 18 è quello di assegnare un rilievo e un valore novecentesco al concetto di licenziamento. Nell’economia contemporanea della conoscenza creativa globale l’imprenditore e le imprese non licenziano più, si limitano ad adeguare la loro organizzazione produttiva alle regole del gioco globale. Per loro, più di una giusta causa è un elemento di sopravvivenza. Nel novecento lo stato poteva creare lavoro creando la produzione, nelle ferrovie, nel navale, nelle autostrade e così via. Oggi, per farlo, deve creare le condizioni per attrarre capitale globale e per non perdere risparmio domestico, per questo serve anche sganciarsi culturalmente dall’art. 18.