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 2012  gennaio 25 Mercoledì calendario

MONSÙ TESTÀ, IL PIÙ AMATO DAI FRANCESI

Togli un po’ di gravi, la voce è molto scura”. Il soundcheck è impegnativo. Gianmaria Testa, cuneeese di Cavallermaggiore, 54 anni e cantautore (un tempo) ferroviere, impartisce ordini precisi, ma educati. “Così invece è velata, mi toglie il piacere”. Parigi, la sua seconda casa o forse prima. Teatro Alhambra, Place de la République, Decimo Arrondissement. Due date, ieri e lunedì, tutte esaurite. Seicento persone a sera. Fanno la fila dal pomeriggio, mentre Testa offre in camerino un bicchiere di vino e consiglia il roquefort. I musicisti, attorno a lui, hanno facce da musicisti. Il contrabbassista sembra appena uscito dalla Sindone, il chitarrista indossa sandali inaccettabili. Bravi, molto.
Sul tavolo c’è Libération, una pagina intera su Testa. La moglie Paola, sua manager, ne sottolinea l’importanza. Lui sminuisce. È come se esistessero due Testa distinti, il primo vibrante e il secondo timido. Quello torrenziale è il cittadino di un’Italia che non funziona. “È in atto una svolta trogloditica. Con Berlusconi l’anormalità era normale. Una volta, in Olanda, un amico mi chiese semplicemente: ‘Perché?’. È tutto cominciato con Tangentopoli. Il forcaiolismo, l’inciviltà, la rissa. La Lega: un grande cancro”. E all’estero? “Neanche in Francia hanno farina per fare ostie. L’Europa è invecchiata di paura . Moribonda, tranne Berlino e poco altro”. Poi, dopo, molto dopo, compare l’altro Gianmaria: il musicista. “C’è sempre questa storia del perché mi amino i francesi più degli italiani. Un caso. Ho fatto il ferroviere, il capostazione, per 25 anni. La linea principale di Cuneo dipendeva tutta da me. Se ti distrai finisci come Schettino: un italiano che forse ci rappresenta bene. Sono figlio e fratello di contadini. Ho sempre scritto. Nel ’93 mandai qualcosa al premio di Recanati, avevo bisogno di farmi dire bravo. Un giornalista del manifesto consegnò la cassetta a una produttrice francese, Nicole Courtois. Voleva seguirmi. Io: ‘D’accordo, ma sa, lavoro e non ho molto tempo’. La Label Bleu, un’etichetta jazz, mi propose di suonare con musicisti incredibili. Mi vergognavo. Capita ancora: magari sento un disco splendido e poi scopro che con questo o quello ci ho collaborato”.
L’AGENDA DI TESTA è pienissima, 180-220 date l’anno. Da solo, con Erri De Luca o – a breve – con Giuseppe Battiston. “Nel 2007 ho abbandonato la ferrovia. Non riuscivo più a fare le notti e poi partire per concerti. Scelta dolorosa: il lavoro ti dà un ruolo nella società. Marchionne non ha rispetto di questo aspetto esistenziale. Il precariato è un crimine”. E suonare cos’è? “Di sicuro non è un lavoro. A Parigi, nel ’96, suonai in radio. C’era il proprietario del Teatro Olympia, stavano per buttarlo giù e ricostruirlo. Mi chiese se volevo riempire l’ultima data libera. Da lì è partito tutto. Se piaci a Parigi piaci a Ginevra, se piaci a Ginevra vai a Montréal. E ti trovi a New York”.
Testa accende l’ennesima sigaretta. Educato, semplice, vero. Tre figli, due gemelli di 24 anni e Nicola di 6. Ora abita in Langa. “In aereo verso Los Angeles, si sedette accanto a me il sassofonista di Tom Waits. Del-l’Italia conosceva quasi solo Castiglione Falletto. Ci andava per rifornirsi della Barbera di Vietti. Abita a due passi da me. Il mondo è piccolo. Anche Springsteen si serve lì. Vietti una volta portò sua madre al concerto, Springsteen volle una foto con lei. Sua madre ha la faccia di chi si chiede: ‘Ma chi è ‘sto tipo?’”. Testa è inevitabilmente accostato a Conte. “Sarà la voce grave , che tanto piace ai francesi. Io però Conte l’ho scoperto tardi. Ero contiano senza saperlo. Sono più vicino a Guccini. Abbiamo spesso bevuto assieme. Tanto. Poi Leonard Cohen. Mi portarono nel quartiere portoghese di Montréal, a casa di Cohen. Volevano presentarmelo. Ero terrorizzato. Per fortuna non c’era. E poi De André. Il più grande. Anche se, l’unica volta che l’ho visto, mi comportai malissimo”. Ovvero? “Era il ’75, aveva suonato alle Cupole. Il biglietto costava 5 mila lire, un’enormità. Avevo 17 anni ed era il periodo della protesta. Ma lo amavo. Così ci andai di nascosto. Bellissimo. Poi uscii. Fuori c’erano i miei amici a contestarlo. Come nulla fosse, mi unii a loro. De André uscì e si mise proprio davanti a me. Disse che era colpa del manager e ci invitò a un concerto gratis, in un circolo anarchico. Non aprii bocca. Che figura. L’ho raccontato a Dori Ghezzi, chiedendole scusa”.
GIANMARIA TESTA è un cantautore felice e realizzato, per certi aspetti quasi suo malgrado. “Dopo l’Olympia, mi intervistò Enzo Biagi al Fatto. Accettai per mio padre. Il giorno dopo mi cercavano tutti. Mi negai. Credo che esista una via di mezzo tra l’anonimato e la troppa fama”. Testa è anche nelle pagine di Jean-Claude Izzo. “In Marinai perduti. Chiesi di conoscerlo, ci trovammo in una brasserie di Parigi che stava chiudendo. Imbarazzatissimi. Poi siamo diventati amici”.
Testa appartiene alla tradizione più classica del cantautorato. Poca voglia di innovare, un desiderio pudico di raccontare (e non raccontarsi). “Qualche anno fa ho scritto un concept album. Ci ho messo 15 anni. De André, di concept, ne faceva uno all’anno. Mi torna in mente quella strofa di Conte: ‘Finché Atahualpa, o qualche altro Dio, non ti dica ‘Descansate niño che continuo io’. Ecco: io ho tanti limiti. E devo sapere quando spostarmi”.
I cento minuti del bel concerto finiscono. Testa introduce in francese e canta in italiano. I parigini applaudono, anche quando non capiscono. Gli basta intuire e lasciarsi ammaliare. Funziona così. In Francia, Germania, Canada. Applausi ovunque. Persino in Italia. Ma lì un po’ meno.