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 2012  gennaio 25 Mercoledì calendario

KARZAI A ROMA PER COSTRUIRE LA PACE

Per gli standard afghani, alquanto sanguinosi, Hamid Karzai, oggi a Roma per incontrare il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il premier Mario Monti, con cui firmerà un accordo di partnership, è un fenomeno di sopravvivenza: presidente ad interim nel 2002, rieletto nel 2004 e nel 2009, dopo contestatissime votazioni, è al comando del Paese da dieci anni e vorrebbe restarci. Un’impresa rischiosa: suo padre fu ucciso dai talebani nel 1999 a Quetta, il fratello è stato ammazzato la scorsa estate nel feudo di famiglia a Kandahar e lui hanno tentato di farlo fuori almeno cinque volte.
La sua è una scommessa ad alto rischio perché la guerra dei dieci anni ai talebani è tutt’altro che vinta e il ritiro internazionale, previsto nel 2014, potrebbe lasciarlo nelle condizioni in cui fu abbandonato Najibullah dai sovietici. L’esercito afghano non è preparato a tenere in pugno il Paese e probabilmente non lo sarà neppure tra due anni.
Karzai quindi ha dovuto accettare, imposta dagli americani, l’idea, che lui detesta cordialmente, del negoziato con i talebani, compresa l’apertura di un ufficio di rappresentanza della guerriglia in Qatar, mini-Stato che fa la politica di una grande potenza.
Per convincere Karzai arriva in Italia anche l’inviato speciale Usa per l’Af-Pak, Marc Grossman. Grossman approfitta del fatto che Karzai andrà a firmare accordi anche a Parigi e Londra per concordare a Roma le prossime mosse basate su un punto sul quale il presidente afghano non è disposto a cedere: in tutti i negoziati Kabul dovrà essere coinvolta e nelle trattative non sarà presa in considerazione la spartizione del Paese.
In coincidenza con il pressing di Washington si apre uno spiraglio sul fronte pakistano: militari e politici hanno concordato di inviare a Kabul il ministro degli Esteri, l’avvenente signora Rabbani Khar, per preparare un incontro da tenersi le prossime settimane a Islamabad con Stati Uniti e Afghanistan. Quanto siano affidabili le mosse del Pakistan, santuario della guerriglia, è tutto da verificare. Politici e militari pakistani sono ai ferri corti e in questi giorni i vertici del Paese si sono anche rifiutati di ricevere Grossman, a testimonianza dell’acuta tensione con Washington.
L’Italia in Afghanistan, e in questo complicato Great Game, non ha ruolo così secondario. Schiera 4.200 soldati e comanda le operazioni militari nella regione Ovest di Herat, ai ribollenti confini con l’Iran: dall’inizio delle operazioni Isaf-Nato nel 2004, i caduti sono 44. Una missione densa di insidie, agguati, combattimenti, e anche costosa. Dall’ottobre 2001 al 2011, secondo una ricerca della Scuola Sant’Anna di Pisa, l’Italia ha speso oltre 4 miliardi di euro, di cui l’87% è andato al settore militare e soltanto il 13% a quello civile.
Per questo assume una certa rilevanza l’accordo di cooperazione e sicurezza. L’impegno italiano per la ricostruzione ammonta, dal 2001 a oggi, a 570 milioni di euro, in parte già erogati, ai quali si aggiungono adesso altri 150 milioni (l’80% in soft loan) destinati all’aeroporto di Herat e alla costruzione del corridoio autostradale con Chest-i-Sharif.
Ne beneficeranno anche le imprese italiane e oltre alle commesse militari dell’Alenia in futuro forse ci sarà qualche sviluppo interessante: nella vallata di Bala Murghab, oggi roccaforte italiana anti-talebani, dovrebbe passare il gasdotto Turkmenistan, Afghanistan, Pakistan, India. Ma questo farebbe parte del Great Game della pace, un evento raro sulle montagne afghane.