Roberto Turno, Il Sole 24 Ore 25/1/2012, 25 gennaio 2012
FARMACI, L’ALLARME DELL’INDUSTRIA
Il Governo spinge ancora col decreto sulle liberalizzazioni per incentivare le vendite in farmacia dei meno costosi farmaci generici. Ma i medici si ribellano. E le industrie farmaceutiche dei prodotti di marca insorgono: sarà «devastante», un «trasferimento coatto di quote di mercato», rischiamo lo smantellamento degli impianti di produzione in Italia, la fuga degli investimenti e altri tagli all’occupazione. «Si mettono a rischio altri 20mila posti di lavoro, dopo i 10mila già persi dal 2007», stima Massimo Scaccabarozzi, presidente di Farmindustria.
La sorpresa sui farmaci è arrivata all’ultima pagina, con l’approdo del decreto in Gazzetta. Già contestata nelle precedenti bozze, la versione finale sulla spinta alla vendita dei generici per le industrie è uscita ancora più rafforzata. Il testo afferma che il medico deve informare i pazienti della presenza di farmaci uguali. E dovrà scrivere nella ricetta «sostituibile con equivalente generico» o «non sostituibile» se il prodotto di marca, scaduto dal brevetto, viene giudicato più adeguato per ragioni cliniche. A quel punto il farmacista, se sulla ricetta non è indicata la «non sostituibilità» del farmaco prescritto, dovrà «fornire il medicinale equivalente generico avente il prezzo più basso, salvo diversa richiesta del cliente», che in quel caso, come già avviene, pagherà la differenza di prezzo col farmaco di marca. Anche oggi il farmacista deve informare il paziente dell’esistenza di un generico meno costoso, ma la nuova procedura, secondo le industrie, spinge di più la vendita dei più risparmiosi generici.
Farmindustria «denuncia» così una norma che avrebbe un «effetto devastante sulle imprese farmaceutiche», non quelle di generici ovviamente. Il risultato sarebbe di «costringere il medico a indicare e il farmacista a dispensare solo generici, innescando una inaccettabile distorsione della concorrenza a danno del prodotto con marchio», al punto da «deviare la quasi totalità delle prescrizioni sui soli generici» e di «cancellare ex lege uno dei settori più hi tech della nostra economia».
La decisione, secondo Scaccabarozzi, causerà «il trasferimento delle produzioni, 165 stabilimenti, dall’Italia e la chiusura degli impianti». Al punto da «mettere a rischio 20mila posti di lavoro». Senza peraltro «dare vantaggi alla spesa pubblica, né ai cittadini che già oggi possono scegliere». Mentre «i medici non avranno più responsabilità prescrittiva».
Bene le liberalizzazioni che innescano trasparenza ed efficienza a vantaggio dei cittadini, condivide Farmindustria che intanto ha convocato un’assemblea straordinaria. Ma sono «inaccettabili» misure che «realizzano trasferimenti coatti di quote di mercato a danno di imprese che da anni investono in innovazione, ricerca e produzione». Aggiunge Scaccabarozzi, ricordando che su 12,3 miliardi di ricavo industria per la spesa pubblica farmaceutica, il contributo del settore tra imposte dirette, stipendi e contributi, investimenti e produzione, è di 12,5 miliardi: «Non vogliamo privilegi, ma non sono accettabili discriminazioni». Sullo stesso piano le industrie biotech: «La situazione diventa di giorno in giorno più insostenibile per chi investe in innovazione», condivide il presidente di Assobiotec, Alessandro Sidoli.
Se le industrie protestano, i medici di famiglia non sono da meno. «È chiara solo l’intenzione di condizionare l’autonomia prescrittiva del medico – afferma Giacomo Milillo della Fimmg –. Decida il Governo i farmaci a disposizione dei medici per curare i cittadini, si assuma la responsabilità di dire che sono disponibili solo i farmaci a prezzo più basso, ci rifiutiamo di essere gli utili idioti che formalizzano le decisioni altrui». E Angelo Testa (Snami) conferma: «Siamo pronti alla disobbedienza». Non condivide invece Claudio Cricelli (presidente Simmg, società scientifica di medicina generale): «Tanto rumore per nulla. Cosa c’è di tanto drammatico da meritare tanta attenzione? Nella vita del medico non cambia nulla».