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 2012  gennaio 25 Mercoledì calendario

«PER REALIZZARE GRANDI OPERE BISOGNA SPARIRE DAL MONDO»


Lo scrittore americano David Foster Wallace, nato a Itaca, stato di New York, nel 1962 e morto suicida in California nel 2008, ha lasciato opere di culto, come Infinite Jest, millecinquecento pagine di «romanzo-mondo», una critica più che meditata del sistema economico e politico americano. Dopo la morte dell’autore, come spesso accade in questi casi, l’interesse per l’intero suo lavoro si è fatto più acuto. Sono state messe in cantiere traduzioni anche dei suoi racconti e dei suoi saggi, e la critica lo ha ricoperto di attenzioni.
È appena uscito in libreria anche da noi David Foster Fallace. Un’intervista inedita (Terre di Mezzo, pp. 54, euro 5, trad. di Sara Crimi), la trascrizione di una chiacchierata tra l’autore americano e il giornalista russo Ostap Karmodi. Quella che era nata come un’intervista di un quarto d’ora è divenuta un colloquio serrato di due ore. Per certi versi profetico.
Il lettore troverà un Wallace molto ben disposto ad analizzare i fenomeni sociali del suo paese, senza tuttavia saltare a facili conclusioni. Alla domanda se esista un’arte del tutto libera da significati politici e commerciali, lo scrittore si dice «Un po’ sospettoso riguardo al termine “puro”. È uno standard molto elevato da associare a una parola come “arte”». Il fatto è che diventa sempre più difficile, nei sistemi occidentali, distinguere ciò che è arte da ciò che è intrattenimento. Una cosa si rovescia facilmente nell’altra. Ecco allora che l’opinione di Wallace si fa estrema, radicale: «È probabile che il solo modo per produrre arte pura in America sia quello di eclissarsi dalla sfera pubblica e produrre quell’arte solo come dono, senza che sia coinvolto il denaro, senza tentativi di pubblicità o pubblicazione».
Un autentico paradosso, sul quale l’intervistato ammette di aver passato anni di riflessione. Eppure stiamo parlando di uno degli autori meno commerciali degli ultimi tempi.
Un altro paradosso sul quale i due interlocutori si confrontano riguarda il sistema di valori dell’Occidente, e dell’America in particolare. Si fa notare come in America alcuni diritti individuali, come la tutela della salute, siano in conflitto con certe procedure. La sanità è carissima perché i medici spendono molto danaro in assicurazioni, per tutelarsi dalle cause dei pazienti non soddisfatti. I pazienti che fanno causa agli ospedali, esercitando così un proprio diritto, hanno paradossalmente condotto a un rincaro dei servizi che di fatto esclude una fetta di cittadinanza dall’avervi accesso.
Un altro paradosso. Il diritto a un trattamento umano in carcere è stato violato nel caso Guantanamo e dei prigionieri provenienti dal Medio Oriente. Ebbene, l’esistenza di Guantanamo viene giustificata con la necessità di garantire ai cittadini americani il diritto all’incolumità fisica, minacciata dal terrorismo.
Intorno a questioni così complesse, Wallace dice spesso che bisognerebbe sedersi, con sigarette e caffè, e discuterne per ore, forse anche all’infinito. Si tratta di argomenti filosofici. Non c’è dubbio tuttavia che la situazione attuale deriva dal fatto che «almeno qui in America abbiamo avuto una specie di visione naif dell’obiettività», spiega lo scrittore. «Per molti anni, il Paese è stato così compiacente nel seguire un consenso di base, che le notizie venivano presentate sempre in un certo modo. Sembravano obiettive solo perché, nella cultura di massa, nessuno di noi aveva motivo di dissentire. Adesso, ovviamente, qui in America è iniziata la battaglia».
Che Wallace avesse ragione lo hanno confermato anche i recenti movimenti di protesta che hanno investito i templi della finanza, come Wall Street. La sua visione, a prima vista pessimista e relativista, non lo è però del tutto. Lo scrittore sostiene che, proprio perché è diventato più facile esercitare la crudeltà dell’uomo sull’uomo, «abbiamo l’obbligo morale di tentare con tutte le nostre forze di sviluppare la compassione e la pietà e l’empatia». Perché alcuni valori morali di base sono comuni a tutti.

Paolo Bianchi