Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2012  gennaio 25 Mercoledì calendario

L’ARTE OSTAGGIO DEGLI OPPOSTI ESTREMISMI


A che punto è l’arte? Possiamo tornare a parlare di bellezza oppure dobbiamo continuare a morderci la lingua, autocensurandoci per non essere tagliati fuori dai giri giusti? Dovremo sopportare a lungo, nei musei e nelle mostre, la presenza dei noiosissimi video, o il declino della televisione trascinerà a fondo anche quel suo ormai decrepito sottoprodotto? La pittura ha un futuro radioso o le toccherà di languire avendo come unica consolazione il proprio glorioso passato?
Per capirci qualcosa mi sono sciroppato due libri tanto importanti quanto indigesti: L’arte contemporanea spiegata a tuo marito di Mauro Covacich (Laterza) e Figura solare di Nicola Vitale (Marietti). È difficile immaginare autori così diversi, a cominciare dal tono. Quello di Covacich è giornalistico, talmente ammiccante da risultare stucchevole, mentre quello di Vitale è saggistico, talmente intellettuale da risultare respingente. Il primo finge di essere facile, il secondo non fa nulla, ma proprio nulla, per apparire un po’ meno difficile di quello che è: il lettore che fosse riuscito a superare l’ostacolo del titolo piuttosto ermetico, tra il poetico e l’astronomico, viene aggredito da un sottotitolo terrorizzante.
Se mi promettete di non darvela a gambe ve lo trascrivo qui: «Un rinnovamento radicale dell’arte. Inizio di un’epoca dell’essere». I critici normali si limitano a segnalare i nuovi movimenti artistici, Vitale, che non dev’essere poco ambizioso, vuole battezzare una nuova era nella storia dell’umanità. Per enfatizzare la necessità di una palingenesi stronca l’arte contemporanea, e fin qui saranno d’accordo in molti a cominciare da Jean Clair, ma va molto oltre: ridimensiona anche buona parte dell’arte del passato. Trova da ridire sull’impressionismo, sul realismo, sul simbolismo, sul romanticismo, spingendosi fino a demolire intere quadrerie barocche e rinascimentali. Non gli mancano coraggio e pezze d’appoggio, però vorrei intimargli: giù le mani da Francesco Hayez e Giovanni Bellini!

Va bene tutto

Se a Vitale sembra non andare bene niente, a Covacich va bene tutto. Lo scrittore triestino, collaboratore del Corriere della sera e di Vanity fair, è un Candido convinto di vivere nel migliore dei mondi artistici possibili. I brevi capitoli del suo libro hanno l’entusiasmo acritico dei comunicati stampa, sebbene siano scritti indubbiamente meglio. A lui piacciono gli artisti famosi, i grossi nomi che tutti conoscono e che nessuno osa discutere: Bacon, Fontana, Andy Warhol... Non è esattamente uno scopritore di talenti, e quando parla di artisti viventi sembra la classifica delle aste internazionali: Cattelan, Hirst, Koons...
Tutti nomi già esposti nelle stanze del MUTO, il Museo Unico della Tendenza Ovvia che è il luogo di confluenza ideale dei vari Maxxi, Macro, Marca, Marta, Madre, Mambo, Maci, Mart, Mao, Miao, i musei di un’arte contemporanea seriale come gli acronimi dei suoi contenitori. Covacich pensa positivo, e non sarebbe affatto male in un periodo di facce tristi, ma poi capisci che per pensare in questo modo deve imporsi di non pensare nulla.
È obbligato a sposare la nostra epoca senza discussioni, anche nei suoi aspetti deteriori e quindi il prezzo del suo ottimismo è quel nichilismo che da qualche decennio, come notava Milosz, «è il segno di riconoscimento delle menti ordinarie». Ordinario al limite del caricaturale, a pagina 54 spara la più retorica delle domande: «Dopo la teoria della relatività, la meccanica quantistica, le geometrie non euclidee, il principio di indeterminazione, ha ancora senso parlare di realtà?». A parte che la trovata della vita come sogno l’avevano già avuta Shakespeare (Macbeth) e Calderon de la Barca un quattro secoli fa, e senza bisogno di tante teorie e geometrie, non è affatto vero che nelle opere che estasiano Covacich la realtà non esista.
Esiste eccome, anche se in forma degradata: il pisciatoio di Duchamp, la merda d’artista di Piero Manzoni, le deiezioni impastate a cocci di vetro e capelli di Anselm Kiefer, le endoscopie con le quali Mona Hatoum mostra ai malcapitati frequentatori delle sue mostre i meandri del proprio intestino. Nessuno potrà affermare che le fognature non siano piene zeppe di realtà. In questo canale di artistiche acque nere il nostro critico-acritico sversa pure il sangue: il sangue umano di Chris Burden, il performer che nel 1971 si fece sparare a un braccio, che genio, e il sangue animale di Marina Abramovic che nel ’97 spolpò una montagna di cosce di manzo, per giorni, al caldo e tra i vermi («Il fetore era stomachevole, la decomposizione avanzava...»).

Un’oasi di pace

Dopo simili macelli il libro di Vitale appare un’oasi di pace, però un’oasi di irrealismo, di quadri eterei e sospesi, metafisici, magici, astrusi dal mondo presente. Una distanza cercata e teorizzata, all’apparenza non troppo feconda: obiettivi grandiosi (ricordate il sottotitolo? Rinnovamento radicale dell’arte, nuova forma dell’essere...) dovrebbero essere realizzati da sette artisti soltanto. Anzi da sei, visto che uno purtroppo è morto. Gli italiani Salvo e Ontani, il tedesco Angermann, i cechi Knap e Kunc sono tutti abbondantemente sopra i sessant’anni, il più giovincello risulta l’islandese Fridjonsson (spero riusciate a pronunciarlo, siccome è davvero bravo) che è nato nel ’53.
E le nuove leve della pittura solare che dovrebbe cambiare il mondo? Non pervenute. A parziale discolpa di Vitale bisogna dire che lui stesso teorizza l’assenza di fretta: «L’arte nasce come una sorta di antidoto alla caducità del divenire». La pensa all’opposto di Covacich che da vero nichilista esige che nulla permanga e si scaglia «contro un’arte cristallizzata e duratura», «contro la concezione dell’immortalità dell’opera».
I due autori sembrano non essere d’accordo su niente ma non è vero, hanno entrambi la stessa antipatia per la realtà: il primo la osteggia colorandola in modo inverosimile, il secondo gettandola nelle fogne. Pur avendo, lo avrete capito, una leggera preferenza per Vitale che almeno crede nella pittura ovvero nell’umanesimo, spero di leggere presto un terzo libro di un terzo autore che della realtà sia innamorato. Se avessi tempo lo scriverei io.

Camillo Langone