Giampiero Mughini, Libero 25/1/2012, 25 gennaio 2012
IN QUESTO MODO SI UCCIDE LA DEMOCRAZIA
Figuriamoci se sono imbecille al cubo da pensare che la categoria professionale degli autotrasportatori è fatta da «brutti, sporchi e cattivi». Figuriamoci se non capisco «le ragioni dei forconi», come invitava a fare Andrea Scaglia sul Libero di ieri. Il gasolio alle stelle, l’impennata dei pedaggi autostradali, le loro fatture saldate alle calende greche, certo che tanti autotrasportatori sono con l’acqua alla gola. E con tutto questo, il punto dolente è altrove. Molti di voi che mi leggete non erano nati, ma il collasso della democrazia cilena nacque da uno sciopero ostinato e violento degli autotrasportatori in un Paese che si estende in verticale esattamente come l’Italia. Il Cile dov’era allora capo del governo il socialista Salvador Allende. A buttar giù la democrazia cilena e permettere a un ufficiale risoluto, Augusto Pinochet, di detenere un potere assoluto e sfrenato per poco meno di vent’anni, non fu o non fu essenzialmente la Cia o un governo americano che pur vedeva come il fumo negli occhi il governo di Unidad Popular. Fu lo sciopero dei trasportatori, l’inflazione a due cifre, le donne cilene scese per strada a sferragliare le loro pentole perché il costo della vita era divenuto insopportabile. Il Cile rimase per un tempo sul ciglio del burrone, poi ci cadde dentro.
Non voglio fare paragoni grotteschi, ma la democrazia italiana è sul ciglio del burrone se è vero che alcune migliaia di persone possono inscenare con tutta facilità una protesta che spezza le ginocchia alla rete viaria del Paese, che costringe fabbriche importanti a giorni e giorni di chiusura, che mette a rischio il rifornimento di merci e cibo per tutti. Qui la libertà di sciopero non c’entra nemmeno un po’, e c’entra sino a un certo punto che gli autotrasportatori hanno le loro ragioni e che quelle ragioni vanno senz’altro ascoltate e soppesate.
Nella tregenda che stiamo vivendo, sono in tanti ad avere le loro ragioni. Ce le hanno eccome i tassisti, e del resto credo di essere stato il primo a difenderli sulle pagine di questo giornale. Ce le hanno quelli che sono nati nel 1952, ai quali la recente riforma delle pensioni allunga di tre o quattro anni secchi il tempo di lavoro prima di incassare il loro primo assegno pensionistico. Ce le hanno gli edicolanti, che si alzano ogni mattina alle 5.30 e ai quali la diminuita vendita dei giornali ha ridotto del 30-40 per cento le entrate mensili. E così via. Ho incontrato l’altra sera un amico che scrive sui giornali, il quale mi ha detto che adesso lo pagano un quarto di qualche anno fa. Siamo tutti con l’acqua alla gola. Cosa diversa è se ad essere presa alla gola è la nostra democrazia, l’idea di vivere in un Paese dalle regole certe e condivise, l’idea che non siamo nella giungla dove chi è più forte e più grosso si mangia in un sol boccone chi è più piccolo. Più forte e più grosso di un Tir, impossibile.
Ho sufficienti capelli bianchi per ricordarmi – sono passati più di vent’anni – quando negli Usa i controllori di volo fecero uno sciopero prolungato che bloccò i cieli degli States. Ronald Reagan, che era in quel momento al massimo del suo fulgore politico, li licenziò tutti. Noi che non eravamo né fascisti né reazionari né avversi alle ragioni dei lavoratori, lo applaudimmo. Lavoravo allora all’Europeo, che era un settimanale tutt’affatto democratico e abbastanza di sinistra, e intervistai un intellettuale socialista di punta, Piero Melograni. Il quale diede ragione a Reagan. La democrazia non è un regalo del destino, non è che sia accettata dai più perché hanno letto Montesquieu. La democrazia funziona se i più si vedono garantita dalla democrazia i modi del loro lavoro, i loro viaggi e i loro spostamenti, l’ora in cui rientrare in casa e ritrovare la famiglia, l’approvvigionamento dei loro beni essenziali, il fatto che al tuo vicino di casa viene impedito di divorarti. È semplice. Quando tutto questo non funziona più, perché le pompe di benzina sono chiuse, perché i Tir sono in mezzo all’autostrada ad ostruirla, perché quando sbarchi all’aeroporto per andare a un appuntamento di lavoro non c’è un’auto bianca su cui montare, a quel punto la democrazia diventa una parola vuota. L’idea stessa della democrazia diventa un valore vuoto, spento, che non dice più niente alla gran maggioranza della popolazione.
Mi direte che non c’è in Italia alcun Pinochet all’orizzonte a minacciare la democrazia. Mi direte che è stato da stupidi aizzare il can che dorme, ovvero i tassisti come categoria, e come se davvero le sorti dell’Italia 2012 dipendessero da 100 o 500 licenze di taxi in più a Roma o a Milano. Sono d’accordo con voi. L’importante è che voi siate d’accordo con me sul fatto che in questo nostro Paese sciamannato e derelitto non possiamo continuare a scherzare con il fuoco. Ciascuno ha diritto alla protesta. Nessuno ha il diritto alla prepotenza più sfrenata.
Giampiero Mughini