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 2012  gennaio 25 Mercoledì calendario

Le vittime del silicone falso non sono tutte uguali – Le tantissime donne che hanno voluto una protesi al seno, per motivi estetici o di salute, sono in grande allar­me

Le vittime del silicone falso non sono tutte uguali – Le tantissime donne che hanno voluto una protesi al seno, per motivi estetici o di salute, sono in grande allar­me. In Italia e nel mondo. Infatti, un’azienda francese produttrice di dispositivi al silicone, la PIP, sembra abbia distribuito materia­le scadente, e dunque difettoso, e dunque dannoso per la salute di chi se lo è fatto impiantare dentro al corpo. Non è il caso di dire che si meri­ta quest’ansia, chi si è sottoposto a un intervento chirurgico per ra­gioni frivolissime collegate alla sua fisicità, ma certamente susci­tano vera solidarietà tutte quelle donne che hanno preferito, con la ricostruzione mammaria, can­cell­arsi una ferita e far dimentica­re la devastazione subìta dal can­cro. Non solo perché la loro scel­ta nasce dal dolore invece che dal­la fatuità, quanto perché un con­t­o è dare spensieratamente la pre­ferenza a un chirurgo estetico, un altro è assoggettarsi a un inte­r­vento oncologico e poi rimediare la propria estetica. Comunque sia, il problema c’è,ed è gravissimo.La responsa­bilità in assoluto, indiscutibile e inqualificabile,è certamente del­l’azienda produttrice che, dolo­samente, ha usato silicone indu­striale, ben sapendo che le prote­si sarebbero state impiantate al­l’interno dei corpi umani e che non potevano escludersi, anzi, conseguenze pericolosissime per la salute. In secondo luogo, una buona quota di responsabili­tà appartien­e agli istituti di certifi­cazione riconosciuti nell’ambito di ogni Ministero della Salute di ciascun paese della Comunità Europea, che sono deputati ad apporre ai prodotti il marchio CE. Se hanno rilasciato alle prote­si PiP l’attestato di buona fabbri­cazione, evidentemente hanno sbagliato, sono stati superficiali, non hanno compiuto attenta­mente il loro dovere. Ma una do­se, oltretutto consistente, di re­sponsabilità, ce l’hanno pure le strutture ospedaliere che, maga­ri con convenzioni interessanti, hanno acquistato le protesi a prezzo concorrenziale rispetto alle altre; senza domandarsi il perché del prezzo più basso e del­le condizioni favorevoli. Con l’unico obiettivo dell’utilità del ri­sparmio. Alla faccia delle pazien­ti e della loro salute. Ma anche i singoli operatori chirurgici che hanno usato le PiP non possono andare assolti: nel­l’ambiente medico si è sempre sa­puto che, nella scala dei costi, le PIP erano gli impianti più a buon mercato. Se la preferenza loro ac­cordata aveva quest’unica ragio­ne, è chiaro che il medico non può avere agito con la necessaria prudenza che, specificamente, dal suo lavoro e dalla legge, gli vie­ne richiesta. Ora la situazione drammatica vede pazienti con protesi PIP, oramai definite nel mondo «pro­tesi killer», costrette a sottoporsi nuovamente a un’operazione chirurgica per l’espianto e il reim­pianto; alcune di loro addirittu­ra, sembra siano state colpite dal cancro. Certo, bisogna trovare un’evidenza scientifica e un nes­so di causalità tra l’applicazione di queste protesi e l’insorgenza del tumore, prima di pensare a cause individuali o a class action risarcitorie in termini milionari; ma senz’altro responsabilità obiettive e comportamenti dan­nosi, e quindi risarcibili, già sono evidenti. Tuttavia, soprattutto per le ope­razioni estetiche, tante sono le si­tuazioni da valutare, se non altro perché le pazienti danneggiate si sentono complici oltre che vitti­me. Oggi il paziente ha il diritto, e il dovere, di sottoscrivere il cosid­detto consenso informato. Lo ha fatto? Perché ha scelto un chirur­go anziché un altro? Era più a buon mercato? Era indispensabi­le l’operazione? Comunque sia, le protesi al se­no sono la punta dell’iceberg, perché oramai tanti sono gli im­pianti composti dai più svariati materiali, che vengono alloggiati nel corpo. Per non parlare dei fil­ler permanenti che migliaia di donne si fanno iniettare sotto la pelle, pur contenendo acrilati e metacrilati, notoriamente non riassorbibili dal derma. Molte di loro sono deturpate da granulo­mi, gonfiori, noduli e cicatrici. Ma i medici continuano ad appli­carli e i produttori a venderli. Ciò succede perché, purtrop­po, la seria, e una volta condivisa, gerarchia dei valori è sovvertita, quando ai primi posti ormai ci so­no denaro e bellezza e agli ultimi salute e responsabilità. Annamaria Bernardini de Pace