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 2012  gennaio 24 Martedì calendario

IL PIEMONTE «CANCELLA» I DERIVATI

La Regione Piemonte ha deciso di andare allo scontro con Merill Lynch, Dexia e Biis (Intesa Sanpaolo). La Giunta ha infatti annullato d’ufficio, invocando la cosiddetta «autotutela», le delibere regionali con cui nel 2006 aveva sottoscritto cinque contratti derivati con i tre istituti di credito. Morale: annullando le delibere, il Piemonte ha fatto sparire i derivati sottostanti. E, come per magia, ha fatto scomparire anche le perdite di mercato per 462 miliardi di euro che la Regione stava sopportando proprio a causa dei derivati. Svaniti nel nulla anche i pagamenti che la Regione ha già fatto alle banche dal 2006 a oggi: il Piemonte chiede dunque la restituzione di 95 milioni di euro più altri 33. Niente derivati, niente perdite. Niente dolori. Salvo, ovvio, gli scontati ricorsi.
Andiamo con ordine. Il Piemonte – assistito dall’avvocato Tommaso Iaquinta – si è messo sulla scia di una battaglia che vari Enti locali italiani hanno intrapreso contro le banche. La legislazione italiana offre la possibilità di annullare gli atti amministrativi (cioè le delibere) con cui i Comuni o le Regioni decisero di stipulare i contratti derivati: questo è possibile quando viene dimostrato che quegli atti amministrativi avevano violato la normativa ed erano contro l’interesse pubblico. Ma annullare le delibere non ha mai significato (almeno fino all’agosto scorso) cancellare anche i derivati sottostanti. Per un motivo banale: questi ultimi sono sottoposti alla legge inglese, non a quella italiana. Lo scorso agosto, però, questa interpretazione è stata rivoluzionata dal Consiglio di Stato: la Corte ha infatti stabilito che se un Ente locale annulla le delibere, causa «l’automatica caducazione» anche dei derivati sottostanti. Insomma: se cade la delibera, cade tutto.
Questa sentenza ha aperto la strada a molti Enti locali che da anni soffrono per i vari contratti derivati. Il Piemonte è tra questi. La Regione nel 2006 aveva emesso un prestito obbligazionario per un importo enorme: 1,8 miliardi di euro. Si tratta di un debito di durata trentennale (scade nel 2036) su cui la Regione paga un tasso d’interesse bassissimo: 15 punti base sopra il tasso Euribor. Il problema è che su questo bond la Regione, insieme alle banche, ha costruito vari contratti derivati che hanno avuto due effetti negativi: da un lato hanno inflitto alla Regione costi "impliciti" per 54 milioni di euro (secondo la perizia della Regione), dall’altro hanno annullato i benefici di questo tasso d’interesse super-conveniente.
I primi tre derivati (tutti uguali stipulati con ognuna delle tre banche) hanno infatti messo un limite minimo del 3,75% e un tetto massimo del 6% al tasso d’interesse: questo ha impedito alla Regine di sfruttare in pieno il calo del tasso Euribor negli anni successivi. Il suo tasso d’interesse non poteva infatti scendere sotto il 3,75% anche quando l’Euribor andava più in basso: questo – secondo la perizia di parte – ha "privato" la Regione di risparmi per 95 milioni di euro dal 2006 ad oggi.
Non finisce qui. La Regione ha stipulato anche un altro derivato: uno swap di ammortamento. Un contratto, insomma, per cui il Piemonte versa alle banche ogni sei mesi le rate che serviranno – nel 2036 – per rimborsare l’intero debito da 1,8 miliardi. Contestualmente le banche hanno comprato dalla Regione un credit default swap sui BTp: cioè un’assicurazione contro l’insolvenza, nei prossimi trent’anni, della Repubblica italiana.
Tutto questo, da ieri, non esiste più. La Giunta del Piemonte, infatti, ha deciso di annullare d’ufficio gli atti amministrativi con cui nel 2006 rese possibile la costruzione di questa architettura. Morale: per effetto della sentenza del Consiglio di Stato, da ieri non esistono più neppure i derivati. Alla Regione resta solo il suo bond trentennale, con il tasso super-conveniente pari all’Euribor più 15 punti base.
Ovvio che la risposta delle banche non si farà attendere. Ovvio che impugneranno la decisione al Tar. Ieri «Il Sole 24 Ore» ha contattato una di loro, senza però avere alcun riscontro. Secondo alcuni le banche vorrebbero addiritura andare allo scontro, anche sfruttando l’inadempienza sui derivati per chiedere il default dell’intera Regione Piemonte. La partita, insomma, è tutta ancora da giocare.