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 2012  gennaio 24 Martedì calendario

BANCARI, SVIZZERI I SIGNORI DEI SALARI

Regno delle banche ma ancor più paradiso dei bancari, la Svizzera è il paese dove chi lavora allo sportello guadagna di più in assoluto. Discreti per professione, i bancari svizzeri esercitano la facoltà del segreto professionale anche sulla loro busta paga, soprattutto con i colleghi italiani che hanno visto rinnovarsi il contratto collettivo naizonale di lavoro con un aumento di 170 euro e l’orario allungato 8-22. Certamente, però, se si lascia la parola all’auto, alla casa, alle vacanze è evidente che i lavoratori svizzeri hanno un tenore di vita molto elevato, come ci racconta un bancario italiano, che, almeno per la discrezione, prova a porsi al "livello svizzero", e non vuole essere citato. «Conosco molti colleghi frontalieri e pur non sapendo esattamente quanto guadagnano, posso però dedurre che sia una cifra molto più alta rispetto alla mia che, con il massimo di scatti nella terza area professionale, quarto livello, a fine mese ho un netto di 2.200 euro: me lo dice il loro tenore di vita, dall’auto, alla casa, alle vacanze».
Ma passiamo la parola a Ubs che nel suo ultimo report Prices and earnings ha analizzato e comparato gli stipendi dei bancari in 73 città, prendendo come riferimento un lavoratore tipo diplomato, con 10 anni di esperienza e un’età media di 35 anni. Ne risulta confermato che è a Ginevra il bancario che in assoluto guadagna di più: il suo stipendio lordo annuale è di 71.700 euro, che netti diventano 50.400 euro. Le ore settimanali di lavoro sono 40. A Manila lavora invece quello che in assoluto guadagna di meno: 1.900 euro, che netti diventano 1.700. L’orario settimanale è sempre di 40 ore. Le retribuzioni italiane, considerando il bancario di Milano, si collocano a metà classifica con un lordo annuale di 29.800 euro, un netto di 20mila e un orario di 38 ore settimanali.
Nella parte alta della classifica c’è chi lavora a Parigi e guadagna 65.300 euro lordi e 44.800 netti. L’orario? Alla francese, le 35 ore classiche. Il confronto con la Francia e la Svizzera ci vede in posizione di svantaggio. E quello con la Germania? Anche. A Monaco il lordo è 52.700 euro, il netto 31.500 e le ore 39. Il livello salariale italiano è più vicino a quello spagnolo: a Barcellona, infatti, il lordo è 28.900, il netto 22.600 e le ore settimanali 40. O, a sorpresa, a quello londinese dove il lordo è 27mila, il netto 20.700 e le ore 38. Chi guadagna di meno lavora a Manila dove il lordo è 1.900, il netto 1.700 e le ore settimanali ben 49. Così come a Delhi il lordo è 4.400, il netto 3.100 e le ore settimanali 41.
Quando il confronto scende in the pocket, il bancario italiano sta a quello tedesco, un po’ come il metalmeccanico di Monaco sta a quello di Torino. Se però nel dibattito si risale al livello dei diritti allora si può trovare il conforto del paracadute occupazionale. Angelo Di Cristo, sindacalista della Fabi e presidente del Cae (Comitato aziendale europeo) di Unicredit, racconta che nei frequenti incontri internazionali a cui è chiamato dal suo ruolo, «negli scambi con i colleghi tedeschi a stento si riconosce il sindacalismo e la difesa del posto di lavoro. Il presupposto di partenza dei ragionamenti è che viene prima il bene dell’azienda, per cui se per salvare l’azienda è necessario licenziare, si licenzia. Questo è inconcepibile in Italia. Il nostro paese, in Europa, è senz’altro quello dove la categoria dei bancari è più protetta». In Italia, infatti, c’è un contratto collettivo nazionale di lavoro forte, dove lo scambio negoziale è sempre stato "moderazione salariale", con gli aumenti legati per lo più al recupero dell’inflazione, in cambio però della tutela dei diritti che vanno dalla salvaguardia del posto di lavoro fino alla sanità e alla previdenza integrativa. Questo scambio ha sempre avuto un apprezzamento forte da parte dei lavoratori, al punto che i bancari con il 70% di iscritti alle nove sigle, sono la categoria più sindacalizzata d’Italia.
Non si trova nulla di tutto questo nel Regno Unito (si veda articolo a fianco) dove «non c’è un contratto collettivo nazionale dei bancari, ma contratti aziendali estesi a livello nazionale – continua Di Cristo –. Se ci spostiamo in Francia, invece, gran parte degli assetti contrattuali è per legge. Si pensi soltanto all’orario di lavoro e alle famose 35 ore settimanali per citare un esempio. Proprio questo fa si che i sindacati abbiano meno potere». E del resto se andiamo a vedere la rappresentatività del sindacato in Europa, allora si scopre che «in Francia è intorno al 7%, in Germania tra l’8 e il 9%, nel Regno Unito al 20%», continua Di Cristo. Se poi andiamo a vedere qual è la copertura della contrattazione collettiva allora si scopre che è l’80% in Italia, il 93% in Francia, ma si ferma al 64% in Germania e scende addirittura al 34% nel Regno Unito. Numeri che fanno capire quanto sia più debole la rappresentatività del sindacato ma anche il valore del contratto collettivo. Fa storia a sé la Germania – il cui modello ha ispirato un paese come l’Austria – dove «il sindacato è forte, ma c’è un sistema misto con sindacalisti che sono rappresentanti dei lavoratori e sindacalisti di professione che sono innanzitutto dipendenti del sindacato – dice Di Cristo –. In entrambi i casi hanno dei posti nel supervisory board che supervisiona le operazioni oltre una certa cifra e quindi il loro approccio è più di difesa dell’azienda».
La via italiana, in banca, è sempre stata quella di privilegiare la tutela occupazionale. E, almeno finora, la scelta si è rivelata equa perché il settore è passato attraverso ristrutturazioni, fusioni e crisi con una gestione soft degli esuberi (grazie anche al Fondo di solidarietà) e in un clima di relativa pace sociale.