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 2012  gennaio 24 Martedì calendario

GIOVANI, DONNE, PRECARI E SALARI: GLI SQUILIBRI ITALIANI - I

giovani, oggi protagonisti emarginati del mercato del lavoro. E le donne, che hanno una forbice rilevante con gli uomini per tasso di occupazione e busta paga.

È a loro che pensa il presidente del Consiglio, Mario Monti, quando parla di riforma del mercato del lavoro e quando indica una maggiore occupazione e la crescita economica come vero obiettivo del tavolo che si è aperto tra governo e parti sociali.

Sono i numeri a testimoniare il disagio: il tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni è del 27,9% secondo i dati Ocse (si riferiscono al 2010 ma nell’anno scorso la situazione dovrebbe essere analoga) a fronte di una media Ocse del 16,7 per cento. Se si allarga il raggio alla fascia di età sotto i 35 anni il plotone dei giovani disoccupati arriva a oltre un milione (1.183.000 per la precisione). Si tratta del 15,9% del totale della forza lavoro tra i 15 e i 34 anni (secondo dati della Confartigianato). Una percentuale dello 0,8% superiore a quella registrata nell’Eurozona (15,1%). E se non siamo troppo distanti da un paese come la Francia, dove la disoccupazione nella fascia d’età sotto i 35 anni è pari al 14,7%, siamo decisamente lontani da paesi come la Germania, che ha un tasso di disoccupazione giovanile del 7,9 per cento. Praticamente la metà di quello italiano. Non solo: nel periodo della crisi 2008-2011 gli occupati under 35 sono diminuiti di ben 926mila unità.

La crisi, inoltre, ha reso ancora più difficile il passaggio dal lavoro atipico verso quello permanente. A confermare questo effetto selettivo è l’Isfol, con dati diffusi all’inizio di gennaio: a fine 2010 sarebbero stati espulsi dal mercato circa mezzo milione di lavoratori atipici. In dati assoluti i ragazzi assunti con questa tipologia contrattuale sono stati nel 2010 3 milioni 155mila, una cifra inferiore rispetto al 3,6 milioni del 2006. La recessione ha bruciato non solo posti di lavoro temporanei ma appunto la possibilità di passare a tempo indeterminato: tra il 2008 e il 2010 solo il 37% è passato ad un’occupazione standard, con 9 punti percentuali in meno rispetto al periodo 2006-2008.

Rispetto al mercato del lavoro nel suo insieme comunque secondo l’Isfol gli occupati con contratto non standard oggi ammonta al 12,4% del totale, mentre il 65% dei lavoratori dipendenti è a tempo indeterminato e il 18,2% ha un’attività autonoma continuativa. La quota dei lavoratori a tempo determinato in Italia è in linea con i paesi Ocse: 12,8% da noi, 12,4 nell’area Ocse. E anche per quanto riguarda il part-time: 16,3 noi, 16,6 la media Ocse.

A tutto ciò si aggiunge il problema salariale: per spingere i consumi andrebbero aumentate le retribuzioni. Una condizione che si può realizzare solo a fronte di un recupero di produttività. Ecco perché le imprese puntano a spostare il baricentro della contrattazione in azienda, dove si realizza lo scambio più salari-più produttività. E, secondo Monti, sarà anche uno degli effetti delle liberalizzazioni nel medio termine: più crescita, più occupazione (8% in cinque anni); più 12% le retribuzioni nello stesso periodo di tempo. Con la necessità però che si sanino quegli squilibri di genere per cui la busta paga di una donna rispetto ad un uomo è meno pesante tra il 10 e il 18 per cento, a parità di qualifica. Un divario più forte se si lavora nei servizi alle imprese e in quelli finanziari.