Alberto Orioli, 24/1/2012, 24 gennaio 2012
I DIRITTI DI TUTTI CHE NESSUNO PUÒ CALPESTARE
Colpiscono le due Italie della rappresentanza sociale in fermento. Era prevedibile una reazione forte alla scossa che, dal welfare al fisco, alle liberalizzazioni, il Governo Monti ha dato al Paese. Ma era meno prevedibile che si divaricasse in modo così netto tra le lobby degli interessi e la rappresentanza tradizionale del lavoro. Alla compostezza di uno sciopero generale unitario di tre ore con cui i sindacati – molto responsabilmente – hanno accolto la più abrasiva riforma delle pensioni, si contrappongono da giorni le forme di proteste aggressive e fuori da ogni regola di autotrasportatori, prima siciliani poi di tutto il territorio nazionale, e dei tassisti. I blocchi selvaggi – con tanto di pneumatici tagliati ai Tir delle società estere, con minacce e forme violente di pressione verso chi non intenda adeguarsi allo stop - sono stati organizzati contro il decreto liberalizzazioni. I camionisti riuniti nella nuova sigla Trasportounito (non appoggiati dai loro colleghi di Unatras, Anita Confartigianato, Fita, Conftrasporto) chiedono sconti sul gasolio e sul premio di Rc auto. L’incredibile è che proprio il decreto contestato prevede il rimborso trimestrale delle accise sul gasolio, il taglio del premio Rc auto, il rimborso dei crediti. O non sanno o fanno finta di non sapere. E ciò fa addirittura pensare che dietro alla protesta ci possa essere dell’altro. Non manca neppure chi, a ragione, invoca una più puntuale analisi dell’agitazione dei Forconi in Sicilia e chiede risposte chiare: è vero o no che sarebbero state rilevate diverse infiltrazioni di personaggi vicini alla mafia? Per questo il monitoraggio dei blocchi diventa delicatissimo oggetto di analisi del Viminale e della Commissione di garanzia per lo sciopero nei servizi pubblici essenziali. Più che la diplomazia della concertazione dovrà scendere in campo chi deve garantire la civiltà del diritto e la parità di diritti. Una eventuale degenerazione di queste agitazioni porterebbe in Italia brutti fantasmi, magari tanto brutti da evocare i blocchi anni 70 del Cile o le agitazioni "da strada" (con barricate e mazze da baseball alla Jimmy Hoffa) dei camionisti americani anni 30. In entrambi i casi l’esito, che era poi lo scopo stesso delle serrate selvagge, fu un rovesciamento "politico". Ma va detto subito che se l’Italia delle piccole o grandi corporazioni avesse come esito il ribaltamento del Governo e mettesse in gioco la stabilità rischieremmo concretamente di trovarci di nuovo con lo spread alle stelle, il debito fuori controllo, la crisi di liquidità nel remunerare gli interessi sui titoli di Stato, l’azzeramento degli effetti cumulati delle manovre fatte finora. Insomma, l’Italia dovrebbe semplicemente consegnare le chiavi ai nuovi "proprietari" siano essi i commissari del Fondo monetario o dell’Unione europea. Ma questi sono scenari foschi, speriamo solo esercizio retorico. Ciò che davvero rileva, per ora, all’indomani dell’incontro di avvio della trattativa per la riforma del mercato del lavoro, è la positiva scelta di metodo. Un confronto con le forze sociali e cinque tavoli di rapido approfondimento tecnico ricordano molto i due percorsi scelti nel ’92 e ’93 da Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi per riscrivere il Patto sociale anti-inflazione. Nel merito, per adesso, solo un accenno ai titoli dei capitoli tra i quali resta anche il tema delicatissimo della flessibilità (in entrata e in uscita). Lo spinoso articolo 18 resta per ora sullo sfondo: se ne discuterà alla fine, quando si potranno valutare meglio i nuovi equilibri tra "insider" e "outsider ". Già si può intuire che l’Italia potrebbe finalmente approdare a un sistema di gestione rapida delle crisi superabili (con la Cassa integrazione ordinaria) e a una nuova indennità di disoccupazione cui affidare la gestione dei casi limite. Probabilmente sarà rivista l’attuale cassa integrazione straordinaria: operazione delicata nell’anno che vede il picco della disoccupazione a 2,2 milioni. Non si deve perdere l’utilità di un ammortizzatore che, unito all’indennità di mobilità, ha finora accompagnato alla pensione centinaia di migliaia di esuberi. Ma non si deve nemmeno proseguire in un sistema che attutisce l’impatto sociale, ma tiene in vita anche imprese in agonia impendendo il fisiologico avvicendamento delle aziende più competitive, più innovative, più orientate al futuro, vero e unico sistema efficiente per creare lavoro. La soluzione potrebbe venire dal nuovo disegno strategico che guarda a formazione, lavoro e pensione declinandole sull’intero arco di vita. Magari si scoprirà che il ministro Elsa Fonero ha ragione quando dice che, a regime, un sistema siffatto potrebbe portare a 20 miliardi di risparmi.