Vari del 25/1/2012, 25 gennaio 2012
ALESSANDRO TROCINO, CORRIERE DELLA SERA
ROMA — «Sfigati». Usa una parola dal gergo giovanile per definire chi si laurea dopo i 28 anni e lo fa durante un convegno dedicato alla giornata dell’apprendistato, davanti al sorriso stupito di Renata Polverini (diplomata in ragioneria, per la cronaca). Michel Martone — viceministro al Lavoro di 38 anni, «enfant prodige» del giuslavorismo e del governo Monti, con una famiglia di peso e sponsor come Maurizio Sacconi e Renato Brunetta — viene travolto da un diluvio di indignazione e ironie. Tanto da essere costretto a una parziale retromarcia, per aver trasgredito i dettami governativi della «sobrietà».
Dopo i quarantenni «bamboccioni» di Padoa-Schioppa, i «fannulloni» intergenerazionali di Brunetta, ecco i ventottenni «sfigati» di Martone. Che dice una cosa che ad alcuni pare ovvia, ad altri offensiva. Le agenzie battono così la frase incriminata: «Dobbiamo iniziare a far passare messaggi culturali positivi. Dobbiamo dire ai nostri giovani che se a 28 anni non sei ancora laureato sei uno sfigato, se decidi di fare un istituto tecnico professionale sei bravo e che essere secchione è bello. Almeno hai fatto qualcosa».
Non è la prima volta che Martone fa polemica. Non passa inosservata la sua giovane età (giovane per i criteri nostrani), così come il look un po’ dandy, che sfoggia spesso riccioli, papillon e bretelle. Martone ha un curriculum pesante, da «secchione», ma non solo. Laureato a 23 anni, professore a 29, viceministro a 37. Insegna diritto del Lavoro a Teramo e alla Luiss. Fa parte della Fondazione Bettino Craxi ed è iscritto a Italia Futura, di Luca Cordero Montezemolo. È membro junior dell’Aspen Institute e rappresenta l’Italia nel cda di Eurofund. Si definisce grafomane e cita spesso Talleyrand ma anche le «Lettere luterane» di Pasolini. Non disdegna apparire (si contano sue presenze praticamente in tutte le trasmissioni tv, da Omnibus a Ballarò). Ma ha anche un cotè meno secchione. Sul suo blog dice di amare Jimi Hendrix e Pink Floyd, anche se non si fa mancare una presenza in Vaticano a un concerto benefico di Giovanni Allevi. Tra i suoi film preferiti c’è «La classe operaia va in paradiso», di Elio Petri. E tra i libri, le «Lezioni americane» di Italo Calvino, che insegnano «a essere leggeri ed esatti».
Non è andata così ieri. Dalle agenzie a Facebook a Twitter, piovono pietre, critiche e insulti. «Dal governo non sono obbligatorie le battute sprezzanti» (Nichi Vendola). «Irrispettoso, reazionario e inopportuno» (Gianfranco Rotondi, ex ministro pdl). «Ha perso un’occasione per tacere» (Fabio Giambrone, Idv). «Siamo sfigati ad avere un ministro così» (gli universitari di Tilt). «È un giovane invecchiato prematuramente» (la Giovane Italia, Pdl). «Non conosce la sofferenza dei giovani» (Flc-Cgil). «È uno yuppie» (Silvana Mura). «Ha un look da fighetto, si vergogni» (Angela Maraventano, Lega). «Un figlio di, in cerca di visibilità» (Fausto Raciti, giovani Pd).
Martone non ci sta. In una nota fa marcia indietro sulla parola, ma non sul concetto. Spiega che si riferiva a chi si laurea «comodamente» a 28 anni, non a chi ritarda per motivi di lavoro, famiglia o salute. Promette di essere «più sobrio» ma sempre «sincero». Nega di aver ricevuto «cazziatoni» dalla Fornero, con la quale non ha un rapporto idilliaco. Il ministro con i cronisti scherza: «Sgridarlo? Già mi accusate di mobbing nei suoi confronti».
Con il Corriere Martone si sfoga: «Non sono bravo a comunicare e non ho un ufficio stampa. È stata un’uscita infelice e non avrei dovuto usare quel termine. Ma ho detto una verità scomoda, ho toccato un nodo scoperto e ho messo il dito nella piaga».
In passato Pietro Ichino lo attaccò per una consulenza da 40 mila euro ricevuta dal ministro Renato Brunetta, lo stesso che aveva nominato il padre, Antonio Martone, alla presidenza della Civit (la commissione anti «fannulloni»). Polemiche ci furono anche per le sue posizioni filo Marchionne e anti articolo 18. Sull’università ha più volte detto che è diventata «un parcheggio». E proprio per sfruttare la sua fama di giovane «secchione», venne assoldato da Daria Bignardi per le «Invasioni Barbariche» nella parte di anti Lebowsky (Drugo, il protagonista pigro e vivacchiante del film dei fratelli Coen). Un rilassatissimo Drupi, alle sue affermazioni di attivismo lavorativo, lo interruppe ridendo: «Tu sei malato, sei mica normale, ma quando te la godi?». Martone rispose imperturbabile: «Ti sbagli, me la godo tantissimo. La verità è che questa è una società molle e declinante».
Alessandro Trocino
LORENZO SALVIA CORRIERE DELLA SERA
ROMA — «Mi viene in mente la Vita di Galileo, l’opera teatrale di Brecht». Galileo? «Sì, la scena in cui lui dice ai cardinali della Santa Inquisizione: "Venite qui vicino al cannocchiale, venite a vedere eminentissimi, per favore"». Andrea Cammelli è il direttore di AlmaLaurea, il consorzio che da anni tiene i conti di buona parte delle università italiane. Gli eminentissimi non si avvicinarono, andò a finire come sappiamo. E adesso lui, vicino al cannocchiale, vorrebbe portarci Michel Martone. Per fargli vedere non le stelle ma che gli sfigati sono sempre meno, e che a laurearsi dopo i 28 sono spesso gli studenti lavoratori.
Fino a una decina di anni fa il ragionamento del viceministro si sarebbe confuso fra le tante e giustificate grida d’allarme. Nel 2000 gli studenti italiani si laureavano in media a 28,4 anni. Erano tutti mediamente sfigati. Poi è arrivata la cosiddetta riforma del 3 + 2, voluta da Luigi Berlinguer che ha diviso in due il percorso di studi: una laurea di base di tre anni più un’eventuale specializzazione di altri due. E per fortuna il cannocchiale di AlmaLaurea ci dice che le cose sono migliorate. Consideriamo solo i ragazzi che all’università si iscrivono subito dopo la Maturità. Adesso alla laurea arrivano in media a 25,1 anni, ben al di sotto della soglia fissata da Martone. E attenzione perché parliamo di quelli che non si fermano dopo i primi tre anni ma arrivano alla laurea specialistica. E quindi si fanno cinque anni di università, uno più di prima. Una specie di miracolo possibile proprio perché la riforma Berlinguer ha smontato i vecchi corsi di laurea rendendoli più flessibili e agevoli, anche troppo secondo i critici. E infatti il 3 + 2 ha pure aumentato il numero dei laureati, passati dai 161 mila del 2000 ai 208 mila di dieci anni dopo. Nelle tabelle di Almalaurea, però, Martone potrebbe trovare anche qualche numero dalla sua parte.
Ad essere sfigato è comunque un neodottore su quattro, visto che il 23% degli studenti discute la tesi dopo i 28 anni. Ma in questa percentuale rientrano anche gli studenti lavoratori, che inevitabilmente alzano la media. Non sono pochi, uno su dieci considerando solo quelli che arrivano fino alla fine. «Un fondo di verità c’è nel ragionamento di Martone» dice Andrea Gavosto, il direttore della Fondazione Agnelli che ieri ha presentato il suo rapporto proprio sulla riforma del 3 + 2. «Una laurea presa tardi e male — spiega Gavosto — può valere meno di un diploma tecnico di buon livello. Ma questo lo dobbiamo far capire ai ragazzi quando hanno 14 anni, già a 20 non serve più a molto». E le università che dicono? «Possiamo migliorare ancora, ma di strada ne abbiamo fatta parecchia» avverte il presidente della conferenza dei rettori, Marco Mancini, impegnato in queste ore sul fronte del no all’abolizione del valore legale del titolo di studio.
Martone è nato a Nizza, e forse questo c’entra perché lì finiscono prima. In Francia l’età media alla laurea è di 23 anni, in Gran Bretagna sono ancora più veloci, 22,8. Ma bisogna guardare anche cosa succede prima dell’università. In Italia la scuola dura 13 anni, uno in più rispetto alla maggior parte dei Paesi avanzati. È inevitabile che questa differenza sposti in avanti il momento della laurea. Da anni si dice che l’Italia dovrebbe fare come gli altri, togliere quell’handicap ai suoi giovani. Pochi giorni fa ne aveva scritto sul suo blog il sottosegretario all’Istruzione Marco Rossi Doria, ma il ministro Francesco Profumo ha subito chiuso, non se ne parla. Troppo pure per un governo tecnico.
LORENZO SALVIA, CORRIERE DELLA SERA (pezzo del 24/1)
ROMA — Sembra una cartolina in bianco e nero, un souvenir dell’Italia anni 50. E invece sono numeri del 2009, nel pieno dell’era di Internet, delle bolle speculative e di tutto ciò che chiamiamo modernità. Tre volte su quattro chi si laurea porta a casa il primo titolo universitario nella storia della sua famiglia. Il primo dottore dopo generazioni di diplomati, se andava bene. È il segnale migliore per capire quanto sia stata importante la riforma del 3 + 2, voluta nel 2000 dal ministro Luigi Berlinguer, che ha diviso in due il percorso universitario: una laurea di base di tre anni più un’eventuale specializzazione di altri due. Non tutto è andato liscio, però, come spiega uno studio della Fondazione Giovanni Agnelli che sarà presentato oggi a Roma nella sede degli editori Laterza. E, dopo 12 anni, potrebbe essere il momento di intervenire di nuovo, come sta già accadendo con l’ipotesi di abolire il valore legale del titolo di studio. Perché?
È vero che la riforma Berlinguer ha centrato l’obiettivo di allargare la base sociale dell’istruzione. Siamo ancora indietro rispetto agli altri Paesi sviluppati, ma il numero dei laureati è aumentato: dai 161 mila del 2000 siamo passati ai 208 mila di dieci anni dopo. Ed è anche vero che ci vuole meno tempo per finire gli studi: l’età media dei nostri dottori è scesa da 28,4 a 27,3 anni. Non solo. Le tabelle dicono pure che chi si è laureato con il 3 + 2 ha trovato più facilmente lavoro di chi usciva dai classici quattro anni di Lettere o di Economia. Il punto è che tipo di lavoro hanno trovato, e la risposta non dipende solo dalle università ma anche dal mondo che hanno trovato là fuori.
La flessibilità ha toccato tutti ma i nuovi dottori sono più spesso precari degli altri: i laureati triennali con un contratto a tempo determinato o interinale sono poco meno del 27%, mentre se si alza la lente di ingrandimento e si guarda all’intera popolazione i precari scendono verso il 20%. Anche l’antico adagio «prenditi una laurea che guadagnerai di più» non ha più la forza di un tempo. Se nel 2004 un laureato guadagnava il 25% in più di un diplomato, nel 2007 la differenza è scesa al 7%. «È possibile che la laurea comporti una migliore dinamica salariale negli anni successivi», osserva Andrea Gavosto, che della Fondazione Agnelli è il direttore. Ma la forbice è più stretta e le famiglie se ne sono accorte. Dopo il boom degli anni scorsi adesso il numero degli immatricolati è in calo: nel 2005 si iscriveva all’università il 56% dei ragazzi che superavano l’esame di Maturità, adesso siamo scesi al 47%. Colpa della crisi economica e dell’aumento delle tasse universitarie, ipotizza la ricerca. Ma c’entra anche il timore di non avere un ritorno reale nel mondo del lavoro, che insomma pagare tutti quei soldi e studiare tutto quel tempo non valga poi la pena. Da qui la proposta della Fondazione: lasciare l’impianto del 3 + 2 ma separare nettamente la prima parte degli studi dalla seconda.
Per le lauree triennali non cambierebbe nulla: le università manterrebbero la libertà nella scelta dei corsi e anche dei criteri di ammissione. Le lauree biennali, invece, sarebbero possibili solo per alcuni atenei, quelli migliori per ogni facoltà. E dovrebbero essere tutte a numero chiuso, come oggi per Medicina. Come stabilire quali sono gli atenei migliori? A decidere sarebbe la qualità della loro attività di ricerca, sulla base dei giudizi dell’Anvur, l’Agenzia per la valutazione delle università nata un anno fa. «Non tutti possono fare tutto», dice Gavosto consapevole che una rivoluzione del genere si può fare «solo potenziando i fondi per le borse di studio». Cosa tutt’altro che scontata in tempi di crisi.
Lorenzo Salvia
FLAVIA AMABILE SULLA STAMPA
Sarà la crisi che nulla risparmia e così anche i «bamboccioni» si ritrovano retrocessi al rango di «sfigati». La definizione è di Michel Martone, viceministro al Lavoro alla sua prima uscita pubblica. Un colpo, un centro: «Se a 28 anni non sei ancora laureato - dice Martone - sei uno sfigato. Bisogna dare messaggi chiari ai giovani».
Per essere chiaro, è chiaro: tutti lo capiscono e tutti lo criticano, innanzitutto il suo ministro, Elsa Fornero. L’onda delle polemiche è talmente forte che, poco dopo, Martone fa marcia indietro, si scusa e corregge il tiro in una nota scritta: «Ci tengo a chiarire che non mi riferivo a tutti quei ragazzi che per necessità, per problemi di famiglia o di salute o perché devono lavorare per pagarsi gli studi, sono costretti a laurearsi fuori corso».
E aggiunge: «Mi rivolgo piuttosto a tutti quegli studenti che, pur vivendo a casa con i genitori e non avendo avuto particolari problemi, si laureano «comodamente» dopo i 28 anni. Dieci anni per una laurea quinquennale sono troppi».
Qualcuno in Parlamento in mattinata chiede al ministro Fornero di sgridare il suo viceministro. «Siccome vengo già accusata di fare mobbing nei confronti del viceministro Martone, con il quale ho peraltro un buonissimo rapporto di collaborazione, se lo riprendessi per il linguaggio che usa, di cui non sono stata testimone, chissà come verrei considerata...», risponde lei e ufficialmente chiude lì la questione.
È fuori luogo - protesta l’Idv Antonio Borghesi - che un ministro della Repubblica si erga a giudice di chi tarda a conseguire la laurea, perché magari ha un posto di lavoro da conservare gelosamente, vista la situazione nera nel nostro Paese». Parole simili da parte del leader di Sel, Nichi Vendola: «Da coloro che rappresentano il governo del Paese ci si aspetterebbe un maggior senso di responsabilità. Il folclore e le battute sprezzanti non sono obbligatorie». E, anche se suona un po’ strano, pure Gianfranco Rotondi del Pdl la pensa come loro».
I leghisti non perdono l’occasione per criticare questo governo che non hanno mai fatto mistero di detestare. «Martone ha offeso in modo inopportuno studenti che magari non hanno mezzi economici e devono lavorare per mantenere se stessi e, forse, pure la propria famiglia; di conseguenza non riescono a laurearsi nei termini previsti», afferma Massimiliano Fedriga, vicepresidente dei deputati della Lega Nord e componente della Commissione Lavoro di Montecitorio. «È troppo facile parlare da persona privilegiata che ha avuto l’opportunità di studiare grazie alle possibilità economiche. Dunque - aggiunge - Martone invece di precisare le sue dichiarazioni farebbe meglio a scusarsi».
Ovviamente arrabbiate le associazioni di studenti. «Sfigato - dice Claudio Riccio, portavoce nazionale della Rete della Conoscenza - è chi non percepisce una borsa di studio pur avendo diritto a riceverla; chi deve fare lavori precari, o spesso in nero, per pagarsi gli studi. È vergognoso che il componente più giovane del governo Monti sia anche colui che più offende la nostra dignità, di giovani, di studenti».
Alla fine Martone riconosce l’errore, se non altro formale. «Non mi pento di aver detto “sfigato” perché lo penso. Ho toccato un tasto dolente, un nervo scoperto. Mi dispiace solo di non essere stato più sobrio. Ho sbagliato la parola, avrei dovuto dire: “Sbrigatevi a laurearvi”».
Per tutta la giornata si rincorrono le voci su una violenta lavata di testa del ministro Fornero. «Non c’è stato - dice Martone - alcun “cazziatone”. Il ministro mi ha sorriso e mi ha detto di essere più sobrio».
E sulle critiche piovutegli addosso dalla Lega: «Pensavo - commenta che la Lega fosse dalla mia parte visto che ho difeso i giovani apprendisti che vanno a lavorare, e al Nord ce ne sono tantissimi».
"1.799.542 studenti universitari"
"Tanti sono gli iscritti all’università nel nostro Paese. Uno su tre è fuori corso: 610.873, pari al 33,9 per cento"
ROMA Marco Mancini, presidente della Conferenza dei Rettori, ma è vero che chi a 28 anni ancora non è laureato è uno «sfigato»?
«A dire il vero sono un po’ stupito che ci voglia una battuta ad effetto, e forse anche non elegantissima, per sollevare il problema. Credo che la responsabilità non deve mai essere vista dalla parte dello studente. Non è lo studente ad essere “sfigato” ma, semmai, ci dobbiamo interrogare su come le istituzioni debbano migliorare questo percorso».
E che cosa fanno le università per evitare che i propri studenti diventino degli «sfigati»?
«La vera sfida è nella capacità che le università hanno di facilitare il percorso dello studente all’interno dei diversi corsi di studio. Non solo durante il corso di laurea ma anche prima, cercando di colmare lacune e anche traumi che lo studente subisce all’ingresso dell’università. Poi c’è anche il problema del “job placement”».
Proprio questo è il problema. Chi ha 28 anni - e non solo non ha un lavoro ma è ancora all’università - qualche difficoltà ce l’ha anche se non lo si definisce «sfigato»...
«Non c’è dubbio. Soprattutto se si tratta di entrare in un mercato del lavoro che si evolve rapidamente e in cui la nostra capacità di allinearci progressivamente con il tempo si perde. È inevitabile. Quindi credo che, se vogliamo raccogliere in maniera positiva questa provocazione, si deve fare in modo che si finisca prima possibile il corso di laurea. Su questo sono d’accordo con Martone. L’avrei solo detto in modo diverso».
CATERINA PASOLINI SU REPUBBLICA
ROMA - «Chi non si laurea a 28 anni è uno sfigato». Michel Martone, l’enfant prodige del governo Monti, vice ministro al Welfare e professore universitario a 33 anni, bacchetta i giovani alla giornata sull’apprendistato della Regione Lazio. Vorrebbe essere un invito allo studio per chi se la prende comoda, ma le parole pesano come il piombo nei giorni della crisi e del precariato. E in un attimo scatenano l’indignazione bipartisan dei politici, eccezion fatta per la Santanché e Udc, ma soprattutto la protesta dei giovani che su twitter riversano al ritmo di 20 cinguettii al minuto tutto il loro «disgusto per parole che non hanno nessun rapporto con la nostra realtà di studenti lavoratori precari».
Bollati anni fa come bamboccioni dal ministro all’economia Padoa-Schioppa, ora ottengono l’etichetta di «sfigati». Troppo per le nuove generazioni dei "lavoro fisso mai", del «decimo stage dopo la laurea». Così la Rete degli studenti chiede scuse ufficiali mentre l’Unione degli universitari pretende le dimissioni del vice ministro: «Se conoscesse la realtà italiana saprebbe che siamo l’unico paese dove non ci sono soldi per le borse di studio, e che il 40 % di noi lavora per mantenersi». A difendere i ritardatari anche la Conferenza dei rettori.
«Non me la prenderei con gli studenti ma con strutture che generano questi risultati», dice Marco Mancini. «Perché la sfiga non c’entra servono politiche per i giovani in un paese che negli ultimi anni ha disinvestito nello studio», sottolinea la Cgil.
Sul fronte politico l’appoggio ai giovani è praticamente totale, dal Pdl all’Idv, dal Pd alla Lega.
Tutti forse memori di avere non laureati tra le loro fila (Bossi, D’Alema, Rutelli, Gasparri) e molti ritardatari. Parte il Carroccio col vicepresidente dei deputati della Lega Nord, Fedriga: «Martone ha offeso gli studenti che devono lavorare per mantenersi e per questo non riescono a laurearsi nei termini». «Parole sprezzanti», le giudica Nichi Vendola presidente di Sel mentre Raciti del Pd accusa Martone di cercare solo visibilità. E nelle ore dell’ira contro il vice ministro, in rete si sprecano gli aggettivi: «yuppie, privilegiato, figlio di papà». Il riferimento è per Antonio, padre di Michel, già presidente dell’Authority sugli scioperi, frequentatore dello studio Previti, da poco finito agli onori della cronaca per aver partecipato a un pranzo della P3 in casa del coordinatore Pdl, Denis Verdini. E se tra gli studenti c’è chi dice: «Se mi paghi la retta, cibo e bollette mi laureo a 22 anni», altri annunciano una colletta per pagargli un corso di comunicazione. Perché per la generazione dei nativi digitali la questione è semplice: «Steve Jobs era sfigato?», scrivono ricordando come l’inventore di Apple non fosse andato oltre il college, - «o lo sono io laureata a 23 anni e al settimo stage non pagato?».
A fine giornata Martone riaggiusta il tiro. «Tutti quelli che hanno due lavori e vengono da famiglie con situazioni difficili e riescono a laurearsi sono bravi, eroi.
Ma io parlavo di altri: 10 anni per una laurea se si vive coi genitori e non si lavora sono troppi. Ho sbagliato le parole ma ho toccato un tasto dolente: in Italia ci sono 2 milioni di ragazzi che non lavorano o studiano mentre bisogna fare presto se si vuole avere un futuro». E quando al suo ministro, Elsa Fornero, chiedono un commento, sull’uscita contestata lei si tira indietro: «Siccome vengo già accusata di fare mobbing nei suoi confronti se lo riprendessi per il linguaggio che usa, chissà come verrei considerata...».