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 2012  gennaio 24 Martedì calendario

Embargo sul petrolio iraniano, paga l’Italia – Londra e Parigi decidono, Ro­ma paga. È successo con la Libia, succede di nuovo con l’Iran

Embargo sul petrolio iraniano, paga l’Italia – Londra e Parigi decidono, Ro­ma paga. È successo con la Libia, succede di nuovo con l’Iran. Il via libera alle nuove sanzioni euro­pee contro la Repubblica islami­ca, deciso ieri a Bruxelles dai mini­stri degli Esteri dei 27 è una vera e propria mazzata per l’Italia che ri­schia di veder schizzare alle stelle il costo dell’energia e fare i conti con una benzina da due euro al li­tro. La sfida all’Iran è scattata sim­boli­camente domenica con il pas­saggio nello stretto di Hormuz del­la porterei americana Abraham Lincoln seguita da una flotta com­prendente la fregata inglese Ar­gyll e una nave da guerra francese. Poche ore dopo Bruxelles ha ap­provato l’embargo totale sul greg­gio iraniano e le durissime limita­zioni alle attività della banca cen­trale di Teheran. Il nostro mini­s­tro Giulio Terzi rassicura tutti ne­gando «un impatto importante sull’economia globale e sulle for­niture », ma i conti sono presto fat­ti. «Le 10mila tonnellate di petro­lio iraniano che arrivano ogni an­no in Italia rappresentano - spie­ga a Il Giornale Pietro De Simone, direttore dell’Unione petrolifera italiana - il 13 per cento delle no­stre importazioni». Con una quo­ta così rilevante, la quarta a livello mondiale dopo Cina India e Giap­pone, uscirne indenni è quasi im­possibile. Soprattutto dopo le non indifferenti rinunce imposteci dalla crisi libica e da quella siria­na. Anche la gradualità nell’entra­ta in vigore delle sanzioni, effetti­ve solo dopo il 30 giugno per i con­tratti esistenti, è un modesto pal­liativo. «Quello iraniano è un greg­gio pesante adatto alla produzio­ne di bitumi, la Ies di Mantova, l’Api, la Erg e la Saras e gli altri no­stri maggiori importatori - spiega ancora De Simone- faranno mol­ta difficoltà ad acquistarlo altro­ve ». A risentire degli inevitabili rin­cari non saranno solo i trasporti, ma tutta la nostra economia e in particolare il settore delle costru­zioni. I provvedimenti invece di costringere l’Iran a scendere a ne­go­ziati sul nucleare rischiano di ri­velarsi un harakiri per l’Europa che dovrà fare i conti con un’eco­nomia cinese libera d’importare greggio iraniano. Oltre all’Italia le altre due nazioni più colpite saran­no la Spagna, dipendente per il 9,6 per cento dal greggio di Teheran, e la Grecia dove la quota supera ad­dirittura il 34 per cento. Ancora una volta, dunque, la Ue sparge sa­le sulle ferite delle economie più in difficoltà, a vantaggio di Fran­cia e Inghilterra. Significativa da questo punto di vista l’esclusione concessa alla Bp. La compagnia petrolifera britannica potrà infi­schiars­i delle sanzioni e continua­re a sviluppare assieme agli irania­ni di Naftiran Intertrade un proget­to da 20 miliardi di dollari per lo sfruttamento del gas del Caspio. L’esenzione,concordata dalle au­torità britanniche ed europee con quelle statunitensi,è motivata dal­la­forte valenza anti russa dell’ope­razione. «Le nostre sanzioni- spie­gano fonti del Congresso Usa- de­vono infliggere il massimo della sofferenza economica agli irania­ni senza consentire alla Russia di tenere ostaggio l’Europa orienta­le per le forniture energetiche». Una bella dose di sofferenza po­trebbe riversarsi invece sull’Eni. La nostra compagnia petrolifera già nel mirino della Casa Bianca, come emerse dai dossier Wikile­aks, perché troppo in affari con Teheran e Mosca, rischia ora di perdere i due miliardi di dollari vantati dall’Iran per lo sviluppo nel 2001 e nel 2002 dei giacimenti di South Pars e Darquain. Gli uni­ci quantitativi di petrolio iraniano importati dall’Eni, pari nel 2010 ad una quota da 500 milioni di dol­­lari, rappresentano infatti il paga­mento per quel credito pregresso. Un credito che ora Teheran, come ha già avvisato il presidente Mah­moud Ahmadinejad, potrebbe ri­fiutarsi di onorare.