Pierluigi Magnaschi, ItaliaOggi 24/01/2012, 24 gennaio 2012
Chi è che ha descritto i taxisti come delle piovre? Si dice spesso che l’Italia è un paese intraducibile all’estero
Chi è che ha descritto i taxisti come delle piovre? Si dice spesso che l’Italia è un paese intraducibile all’estero. Nel senso che non è spiegabile a gente normo-datata che vive oltre il nostro confine. Una delle cose paradossali e inspiegabili, ad esempio, è sicuramente la crociata contro i tassisti che, se è divampata anche in questi giorni, non è certo scoppiata solo in queste settimane ma va avanti da almeno un decennio (e già questo la dice lunga su questo amato ma anche assolutamente inspiegabile Paese). Sarebbe bello sapere chi è stato il primo che ha gridato all’untore al tassista. Forse è stato un deputato o un funzionario del parlamento che aveva avuto un diverbio con un tassista o che aveva dovuto aspettare troppo una corsa (magari perché il centro di Roma, come capita un giorno sì e l’altro pure, era bloccato da qualche manifestazione sindacale o politica che, ovviamente, deve essere autorizzata nelle vie che mandano in tilt l’intero centro dell’urbe; altrimenti che soddisfazione ci sarebbe). Sta di fatto che i taxisti sono stati trasformati nel fusibile dell’intero sistema politico sociale. Già anni fa, i taxisti erano finiti nella famosa (e inconclusa) lenzuolata predisposta dall’allora ministro dell’industria (e oggi segretario del Pd) Pier Luigi Bersani. Per capire che i tassisti non siano responsabili del disastro economico del paese, né che, bastonandoli, si riesce a raddrizzare la baracca che ha ben altre zavorre nella sua stiva, basta guardarli in tv mentre protestano. Sono dei lavoratori, dei lavoratori veri, anche se la Triplice sindacale non li riconosce come tali. Forse perché lavorano troppo: 320 giorni l’anno. O forse perché, quando si ammalano, non guadagnano nulla. O forse ancora perché hanno orari di lavoro che vengono fissati da altri e non tengono conto, non solo dei giorni festivi, ma nemmeno delle notti. O forse perché, al contrario di dipendenti pubblici che, dopo qualche anno sulla strada, ottengono di poter lavorare in ufficio, loro, i taxisti, sulla strada ci rimangono fino al momento in cui andranno in pensione, sciatica o no che, com’è noto, è solo un affare loro. In effetti, i taxisti sono, per la Cgil, (e un po’ meno per Cisl e Uil) un cattivo esempio. Sono colpevoli di laboriosità e di dedizione. Vanno isolati, puniti, tartassati, isolati. Questa demonizzazione della categoria ha finito per far emergere, fra i taxisti, i peggiori, quelli più esagitati, più oltranzisti, meno affidabili. Gente specializzata, non a trattare, ma a far saltare il tavolo. Che poi sono quelli che non hanno accettato il rinvio, ragionevole, di parte del governo, a una futura definizione da parte di un Authority del conflitto esistente.