Attilio Barbieri, Libero 24/1/2012, 24 gennaio 2012
È COLPA DEGLI STUDI DI SETTORE SE GLI ORAFI DICHIARANO 22MILA EURO
Il 20% dei contribuenti dichiara un reddito non «congruo» rispetto agli studi di settore. Vale a dire più basso della soglia minima stabilita dall’amministrazione finanziaria per la categoria a cui appartiene. Il dato è una media nazionale, se si scende al dettaglio regionale ci si accorge che al Nord le dichiarazioni «in regola» con gli studi di settore sono superiori all’80%. Per la precisione arrivano all’83,8% in Lombardia e all’82,5% in Piemonte. Non mancano le sorprese neppure se si scompone il dato fra le diverse categorie produttive. I professionisti sono fra i contribuenti più in regola: appena il 7 per cento dei medici e poco più fra gli ingegneri dichiara redditi inferiori al proprio studio di settore. Percentuale che sale invece tra i commercianti. Chi si occupa di abbigliamento e calzature, per esempio, non è congruo in almeno 3 casi su 10, mentre orologiai e gioiellieri dichiarano redditi più bassi rispetto alla soglia del loro settore nel 29% dei casi. Dato che scende però al 21,2 se si considerano gli orafi, gli artigiani cioè che i gioielli li fabbricano. In questo caso il reddito medio accettato dall’Agenzia delle entrate per dichiarare congruo il contribuente è di 22.000 euro. Dunque un po’ superiore ai loro «colleghi» commercianti.
A ricostruire i dati per tutte le maggiori attività è stato il Sole 24 Ore che ha pubblicato ieri un’approfondita analisi sulle pagelle attribuite dall’amministrazione finanziaria ai soggetti fiscali che operano in Italia. Il meccanismo per dare i voti è lo stesso utilizzato dall’Agenzia delle entrate: dato un reddito minimo stabilito dallo studio di settore per ogni categoria si verifica poi quanti dichiarano un «fatturato» inferiore. Questi si definiscono «non congrui ». Rispetto al recente passato, tuttavia, ai controlli che partono per la «non congruità» ora si possono aggiungere quelli fatti scattare dallo spesometro: un soggetto fiscale con un reddito dichiarato basso ma con un tenore di vita alto (calcolato sulla base delle spese che effettua) finisce facilmente sotto i riflettori dell’Agenzia delle entrate.
Professionisti, artigiani e commercianti perfettamente in regola sono stati messi alla berlina però dei media proprio per aver dichiarato guadagni in linea con gli studi di settore. La tentazione di uniformarsi al dato stabilito dall’amministrazione finanziaria per la propria categoria è forte. Ma poi è inutile scandalizzarsi se esistono gioiellieri, orologiai o professionisti che denunciano redditi congrui, anche se la soglia minima, fissata per decreto, è ritenuta troppo bassa. Inutile scandalizzarsi se un orafo dichiara 22 mila euro di reddito annuo. Lo prevede il suo studio di settore. Così come se gli avvocati dicono di guadagnare 48.900 euro. In 94 casi su 100 sono sopra la soglia minima. Semmai c’è da chiedersi se con tutta la mole di dati di cui l’Agenzia delle entrate è venuta in possesso – a cominciare da quelli bancari – abbia ancora senso far sopravvivere gli studi di settore.
Attilio Barbieri