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 2012  gennaio 25 Mercoledì calendario

Ho ascoltato una sua lezione a Siena sulla crisi della democrazia rappresentativa e vorrei farle qualche domanda

Ho ascoltato una sua lezione a Siena sulla crisi della democrazia rappresentativa e vorrei farle qualche domanda. Una soluzione può essere rappresentata dalla scelta del giudice da parte del cittadino (la sovranità appartiene al popolo; la giustizia è amministrata nel nome del popolo) in stile americano, anche se ciò entrerebbe, evidentemente, in conflitto con il disposto costituzionale (art. 106)? Inoltre, per fare fronte a tale crisi, non conviene ricorrere a uno strumento tipico della democrazia diretta quale il referendum, spesso usato proprio in Svizzera, presa da lei come riferimento per uscire dalla crisi? Giovanni Liberati liberatibuccianti@ gmail.com Caro Liberati, Non tutti i magistrati giudicanti degli Stati Uniti sono scelti dal popolo. Gli Stati in cui vengono eletti sono, salvo errore, trentanove, ma i giudici federali sono nominati dal presidente e possono esercitare le loro funzioni soltanto dopo l’approvazione del Senato. La stessa distinzione vale per i magistrati dell’accusa, nominati dal presidente nel caso dei tribunali federali, ma spesso eletti dai cittadini nelle diverse circoscrizioni giudiziarie dei singoli Stati. Il sistema americano può apparire a prima vista più democratico di quello prevalente in Europa, ma anche negli Stati Uniti molti ritengono che un magistrato eletto possa essere condizionato, nell’esercizio delle sue funzioni, da coloro che hanno finanziato la sua campagna elettorale. In America molte carriere politiche sono cominciate nelle aule dei tribunali, dove procuratori intraprendenti hanno accumulato capitale elettorale con arringhe ispirate dagli umori e dalle ossessioni della società. In Italia le procure sono state in parecchi casi un trampolino di lancio per le ambizioni politiche di magistrati non meno intraprendenti. Francamente, caro Liberati, non so quale dei due sistemi sia peggio dell’altro. I referendum svizzeri sono per molti aspetti esemplari. Quelli confermativi, promossi contro una legge che è stata appena approvata dal parlamento, sono facilmente organizzabili. Il voto avviene generalmente per corrispondenza. Non esiste la necessità del quorum. Il cittadino si sente personalmente coinvolto nella gestione della cosa pubblica. Ma l’uso crescente dei referendum negli ultimi decenni ha avuto effetti imprevisti e non necessariamente positivi. Accade spesso che la maggioranza della classe politica si renda conto della necessità di una riforma per il futuro del Paese, ma sia trattenuta dal timore di colpire interessi che non tarderebbero a coalizzarsi per impedire con un referendum qualsiasi mutamento. Per evitare uno scacco non resta allora che creare, nel governo e nel parlamento, un patto consociativo fra tutti i maggiori partiti. Ma questa formula diluisce la riforma e la rende, letteralmente, mediocre. A me sembra che un eccessivo uso dei referendum abbia avuto l’effetto di rendere la Svizzera, in questi anni, più esitante e prudente di quanto non sia nel suo interesse. Non è difficile immaginare che cosa accadrebbe in Italia se ogni legge potesse essere contestata, prima della sua definitiva approvazione, da coloro a cui non piace. Aggiungo, caro Liberati, che nella conversazione di Siena, quando ho parlato del modello svizzero, ho fatto riferimento soprattutto alla neutralità. La Confederazione è diventata neutrale dopo un percorso che ricorda, anche se su scala più piccola, quello dei Paesi europei da cui è circondata. Credo che la sua neutralità possa essere un modello per la politica estera dell’Unione europea. RIPRODUZIONE RISERVATA