Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2012  gennaio 25 Mercoledì calendario

DAL NOSTRO INVIATO

TAMPA (Florida) — Mitt Romney ha guadagnato 42,6 milioni di dollari negli ultimi due anni. Detto altrimenti ha intascato 57 mila dollari al giorno, cioè 7 mila dollari in più di quanto in media ogni americano guadagna in un anno. E non perché avesse una professione, visto che quella di candidato alla Casa Bianca non è retribuita. Tanta ricchezza gli è venuta da «profitti, dividendi e interessi su investimenti». Ma poiché negli Stati Uniti questo tipo di reddito è tassato meno di quello da lavoro, Romney ha dovuto versare al fisco «appena» 3 milioni di dollari di tasse per il 2010, cioè un’aliquota di neanche il 14%, che salirà poco sopra il 15% per il 2011, quando si appresta a girare all’erario altri 3,2 milioni di dollari.
La pubblicazione delle dichiarazioni dei redditi dell’ex governatore del Massachusetts toglie parziale pressione dalla sua campagna, ma offre micidiali munizioni agli avversari interni ed esterni. Confermando di pagare meno tasse non solo di molti suoi connazionali ricchi, ma anche di milioni di persone infinitamente meno abbienti di lui, Romney si immortala nell’immagine di finanziere miliardario, in una stagione dove le diseguaglianze economiche sono al centro del dibattito elettorale e la polemica contro «i capitalisti avvoltoi» entra perfino nella retorica di alcuni repubblicani.
«Ho versato tutte le tasse che erano legalmente dovute e non un dollaro in più», — ha detto Romney nel dibattito fra i contendenti conservatori di lunedì qui a Tampa. Un altro argomento a giustificazione delle basse aliquote è l’alta somma di denaro devoluta in beneficenza dai coniugi Romney tra il 2010 e il 2011: 7 milioni di dollari, la maggior parte dei quali (4,1 milioni) alla Chiesa Mormone.
Ineccepibile sul piano legale, la storia fiscale di Mitt Romney è comunque destinata ancora a lungo a complicargli il cammino: i suoi avversari passeranno al setaccio le pagine e pagine del dossier, dedicate ai fondi investiti o depositati in paradisi fiscali come le Cayman Islands, il Lussemburgo, l’Irlanda e ancora di recente anche la Svizzera, dove un conto bancario è stato chiuso nel 2010.
Ma non per questo Mitt Romney appare uno sfidante azzoppato. Anzi. Nel dibattito ha infatti mostrato un’aggressività inedita, lanciandosi in violenti attacchi personali contro Newt Gingrich, l’ex Speaker della Camera, che lo ha umiliato in South Carolina e ora minaccia di soffiargli anche la Florida.
L’ex governatore ha accusato il suo avversario di essere stato un «piazzista d’influenza» a Washington. Pagato dalle lobby della sanità per far passare leggi a loro favorevoli. Stipendiato per sei anni, ufficialmente come storico, da Freddie Mac, l’istituto di credito semi-pubblico tra i protagonisti della crisi dei mutui immobiliari: «Non si paga uno storico 25 mila dollari al mese: la verità è che tu facevi il lobbysta per una banca che stava mandando in rovina migliaia di persone anche qui in Florida».
Ma il Romney scatenato, vincitore del round di Tampa, tradisce anche le sue preoccupazioni e fotografa il nuovo paesaggio della gara repubblicana, dove i ruoli appaiono invertiti. Non più sopra le parti, impegnato a concentrare i suoi attacchi sui democratici come se avesse già la nomination in tasca, il candidato mormone ora cerca il corpo a corpo. Mentre è Gingrich, l’uomo dell’insurrezione, provocatorio per natura, a voler apparire presidenziale, rifiutare la rissa e ricordare che il vero obiettivo della campagna è di «battere Obama». Tra i due litiganti, per ora a goderne è proprio il presidente.
Paolo Valentino