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 2012  gennaio 19 Giovedì calendario

100 VETRINE, 300 A SPASSO

Se chiudono Centovetrine, il Canavese diventa il deserto dei tartari. Una di quelle Ghost Town in cui Tex Willer e Kit Carson, ogni tanto, si fermano. In mezzo al niente”. Steve Della Casa, Presidente della Film Commission Torino Piemonte, non cerca perifrasi. La notizia della possibile – ma non più probabile – chiusura della soap opera made in Italy tra le più longeve, da 11 anni alle 14.10 su Canale 5, lo ha stupito. “I risultati sono buoni, 22 per cento di share e più di 3 milioni di spettatori. Però Mediaset non ha più i soldi di prima. Il Lodo Mondadori, la crisi. Prendere una soap dall’America costa molto meno. Se Centovetrine chiude, 300 persone vanno a spasso. Non solo. Per ogni maestranza assunta, ce n’è una che sfrutta il fenomeno: autisti, catering. Un’industria di 600 persone, unica in Piemonte. E poi il turismo. Certo, non come per Elisa di Rivombrosa: i turisti andavano ad Agliè per vedere il castello. C’è ancora il cartello, ‘Rivombrosa 3 chilometri’. Solo che Rivombrosa non esiste”. San Giusto Canavese, invece, esiste. Tremila abitanti e poco più. I Telecittà Studios sono qui, a un passo dal casello autostradale di San Giorgio Canavese. Quattromila metri quadrati di set, un microcosmo vagamente surreale voluto da Leonardo Burgay: un che di Fred Buscaglione, il foulard. Burgay investì nel doppiaggio delle telenovelas sudamericane, quelle crivellate dall’ironia mirabile del Trio Marchesini Solenghi & Lopez. Gli è andata bene. In parte doppia ancora fiction straniere. Il resto è, anzi era, dedicato a Centovetrine. Inizio lavori ottobre 2000, prima puntata l’8 gennaio 2001. Picchi del 36 per cento e ascolti da Beautiful, che la precede nel palinsesto e con cui c’è guerra. “Beautiful costa di più, ma lì Mediaset non ha nulla da dire”, dice una maestranza fuori dagli Studios (chiusi). “Guardi che Centovetrine è molto meglio”, sentenzia una signora al centro estetico La Fata, con la proprietaria che ricorda trasognante i primi tempi: “Gli attori arrivavano con la moto che rombava, il più divo era Roberto Farnesi. Le ragazzine impazzivano”.
CANAVESE Hollywood. “Poi ci siamo abituati. E secondo me mica la chiudono, è una trovata pubblicitaria”. O forse no. Le due parti in causa parlano di tutto, a patto però che non si usino virgolettati: “Sa, la vicenda è delicata”. Da un lato Mediaset, che non ha rinnovato il contratto annuale. Dall’altra Mediavivere, joint venture tra Endemol e RTI, che produce Centovetrine. Improbabile che il dissesto finanziario di Endemol Mondo (di cui Mediaset possiede un terzo) non c’entri. Piersilvio Berlusconi ha ammesso che “Centovetrine è un superlusso per una televisione commerciale, va bene ma ha costi altissimi. I produttori ci devono venire incontro”. Due giorni fa, ha però mostrato “moderato ottimismo”. Domenica prossima, Canale 5 trasmetterà Centovetrine in prima serata. Non era mai accaduto. Gli attori, dal 9 gennaio, esortano il pubblico a seguirli, con spot che somigliano a questue nazionalpopolari. Mediavivere, che ha in archivio più di 200 puntate (il 2012 è coperto), ha allestito in fretta una puntata di 90 minuti attingendo da 7 episodi inediti. Mediaset, che ha il controllo ultimo sulla sceneggiatura, vorrebbe intercettare una fascia che non sia solo quella delle casalinghe. In un primo momento, interpellata dal Fatto Quotidiano, Mediaset ha sostenuto che l’auditel di domenica sarà decisivo: un 10 per cento alla Distretto di polizia (che infatti ha chiuso) sarebbe poco, un 12 per cento andrebbe bene. Successivamente una fonte più in alto ha smentito, ripetendo che è solo un problema di costi: 70 mila euro a puntata, già decurtate (pare) del 30 per cento due anni fa con una diminuzione delle scene in esterna. Gli studi sono in Largo Vittorio De Sica, l’albergo in via Anna Magnani. Nomi assai impegnativi per una saga di “passione e potere” all’acqua di rose.
L’HOTEL, il quattro stelle Santa Fè, ha nome western e un poster di José Altafini con autografo: “La vita è l’arte dell’incontro, Santa Fè è l’arte del benessere. Guardate me!”. Accanto alla reception, i santini dei protagonisti. Quando scattano le 14.10, un piccolo pubblico di addetti ai lavori si raduna, felice di applaudirsi su Canale 5. La receptionist, gentile, ricorda con nostalgia “l’era del boom economico, i Sessanta e l’Olivetti. Ora il Canavese non va, anche la fabbrica di Pininfarina qui a due passi è in crisi”. Ai bei tempi, quando le note della morandiana La storia mia con te introducevano la risposta nordista a Un posto al sole, gli studios canavesi lavoravano alacremente. Turni dalle 10 alle 19. Due teatri, il Numero 8 con gli appartamenti finti e il San Giusto con il centro commerciale finto. Un terzo stabile con la falegnameria. Il self service Copacabana. E il Teatro Carlo Bernasconi da usare saltuariamente. Cinquemila comparse l’anno, quelle “mute” rigorosamente canavesi. Ventisei scene al giorno e un girato buono di una puntata e mezzo al dì. Un ragazzo ricorda l’attrice più impegnativa: “Marianna De Micheli, riccia naturale ma dovevamo renderla liscia”. Un altro ammette che gli uomini hanno più successo, “chi va a Ballando con le stelle e chi fa carriera, anche se uno dei protagonisti (Massimo Bulla) finì a scaricare le valigie a Mal-pensa”. Le poche esterne si girano a Torino. Presto comparirà la Franciacorta, “un protagonista produce vino biodinamico: argomento moderno”. Qualche guest star (se Zequila può essere definito tale). E l’acme del pathos – 5 milioni e 200 mila spettatori – con la morte della povera Anita. San Giusto Canavese, placida, osserva. Molti attori hanno preso casa qui, a Torino o a Rivarolo. Il deserto dei tartari non vede Tex all’orizzonte. E se pure il Ranger passasse, al sentire frasi come “La cosa più preziosa che ha una persona sono i ricordi”, verosimilmente sparerebbe. E non a favore di telecamera.