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 2012  gennaio 23 Lunedì calendario

Dopo i Bric, i Carbs re delle commodity – In principio erano i Brics, i Paesi emergenti a forte sviluppo

Dopo i Bric, i Carbs re delle commodity – In principio erano i Brics, i Paesi emergenti a forte sviluppo. Ora è la volta dei Carbs: Canada, Australia, Russia, Brasile e Sudafrica. Cinque nuove potenze in cui si concentra fra il 25 e il 90% delle riserve di commodity: platino, nichel, bauxite, uranio, ferro, oro, rame e una serie di materie prime fondamentali per il pianeta, comprese quelle agricole. Che hanno messo i Carbs al riparo perfino dalla Grande Recessione. Dai mattoni ai carboidrati. La definizione di Bric la coniò Jim O’Neill, capo economista della Goldman Sachs, dieci anni fa. Erano quattro, poi l’anno scorso hanno cooptato il Sudafrica in occasione del loro terzo vertice nell’aprile 2011 sull’isoletta cinese di Hunan (forse uscirà la Russia, considerata ora dallo stesso O’Neill non più "emergente" ma "matura"). E così sono diventati "Brics", letteralmente «mattoni». Adesso è il turno dei "Carbs", che non sono i carboidrati bensì i signori delle materie prime. Stavolta il copyright spetta al dipartimento strategie globali di Citigroup, che ha diffuso all’inizio dell’anno un voluminoso rapporto (135 pagine) dal titolocalambour "Carbs make you strong" (i carboidrati vi rendono forti). In esso si calcola che nel sottosuolo o sul terreno di questi cinque Paesi che assommano il 29% delle terre emerse del pianeta ma non più del 6% della popolazione si celano materie prime, dai metalli all’agricoltura, per l’iperbolico valore, alle quotazioni attuali, di 60 trilioni (60mila miliardi) di dollari. Il profluvio di denaro arrivato dalle commodity motiva la robusta crescita di tutti e cinque questi Paesi. Dal 2003 ad oggi le economie Carbs si sono profondamente trasformate, in meglio. Presi tutti assieme, il Pil in dollari equivalenti è cresciuto del 4% e il rapporto debito pubblico/Pil è sceso del 10% (mentre quello americano saliva del 38%): oggi il rapporto più alto è in Russia con l’85% e il più basso in Canada con il 62 e Brasile con il 57%. Il Canada, per inciso, è secondo Citigroup il Paese fra i cinque meglio tutelato perché potrebbe reagire ad eventuali shock basandosi sulla forte base di industria manifatturiera. Ma, tornando ai Carbs nell’insieme, non è finita: i consumi interni sono aumentati in tutti e cinque i Paesi presi complessivamente di 3 volte, i rispettivi indici dei mercati azionari sono saliti ad un tasso composto del 400% (sempre dal 2003 a fine 2011), il loro peso complessivo sui mercati finanziari planetari è più che raddoppiato fino al 12%, i volumi e i valori trattati quotidianamente sono cresciuti di 20 volte, infine è il dato più importante di tutti le riserve di valuta pregiata accumulate in questi soli otto anni superano ormai i 1000 miliardi di dollari. Riserve che sono state utilizzate oculatamente, perché non solo i deficit e i debiti sono stati mantenuti a livelli di guardia, ma in tutti i Paesi sono in corso massicci programmi di investimenti rivolti ad aumentare l’export di commodities nei prossimi dieci anni. Anni che, secondo Citigroup, difficilmente potranno essere peggiori, salvo i primissimi, della passata decade. E se i Carbs hanno retto bene alla bufera di questo periodo, si può verosimilmente ipotizzare che se la caveranno benissimo nel prossimo futuro. Tanto che praticamente tutti i Paesi in questione, in un momento o nell’altro, si sono offerti di comprare parte dei debiti dell’Eurozona o degli Usa in eccesso. La "formazione" dei Carbs è parzialmente diversa da quella dei Brics, ma i due gruppi sono fortemente interrelati. Nei Carbs per esempio c’è l’Australia, che da sempre sfrutta le ricchezze del suo sottosuolo ma ora ha trovato un vero Eldorado nello sviluppo cinese, tale da consentire al Paese dei canguri un deciso salto di qualità. Oggi la Cina assorbe il 37% dell’export minerario australiano, contro il 5% di dieci anni fa. La domanda è tale da generare un boom degli investimenti nel settore in Australia: nel solo 2010 le compagnie minerarie hanno investito 40 miliardi di dollari (americani), il triplo che nel 2005. E per l’anno scorso il trend è rimasto immutato, visto che l’Australian Bureau of Resource Economics ha reso noto che le compagnie stesse hanno in corso investimenti per altri 140 miliardi di dollari. All’interno del quinto continente ci sono casi clamorosi: il Western Australia è diventato una delle regioni più ricche del mondo, a disoccupazione zero: la locale Chamber of Minerals si aspetta la creazione in sei anni di 33.500 posti di lavoro nel settore, in cui già lavorano in 85mila. Senza contare l’effetto indotto dell’assunzione di camerieri, autisti, impiegati d’albergo: decine di migliaia di nuovi lavoratori ogni anno. Il tutto partendo da una popolazione di soli 2,3 milioni (15 dell’intera Australia). Ovviamente neanche per i Carbs sono tutte rose e fiori. Intanto, proprio la forza assunta da questi cinque Paesi in virtù delle commodity ha fatto schizzare le rispettive valute, che sono cresciute in media dell’83% sul dollaro dall’inizio della crisi (2008) con il risultato di rende problematicamente alti i costi operativi in loco e l’export manifatturiero. E poi ci sono gli alti e bassi dei valori delle stesse commodity, che in questo momento sembrano tutti orientati all’ingiù, in conformità alla pessima situazione nel mondo occidentale. Il mercato del palladio, per esempio, usato nelle marmitte catalitiche e in medicina, è diventato di colpo nervoso alla fine del 2011, dopo che la quotazione era aumentata di quattro volte dal 2008, da 200 a 800 dollari l’oncia. Colpa della debolezza del mercato automobilistico in occidente, che si è però collegata con un errore strategico fatto dalla Russia: ha invaso il mercato di questa materia prima "ingolfandolo" di oversupply mentre la domanda mondiale scendeva del 9% in un anno. Risultato, la quotazione è ridiscesa a 660 dollari nei primi giorni del 2012. Per fortuna della Russia, su un altro fronte delle commodity le tensioni iraniane tengono su il prezzo del greggio, che già ha contribuito con uno spettacolare rialzo del 280% (sempre nel periodo considerato, cioè dal 2003 a fine 2011) al grande lancio dell’economia russa. E poi perfino i Carbs devono fare i conti con le agenzie di rating. Succede proprio al Sudafrica, Paese minerario per antonomasia, che controlla tanto per fare un esempio l’80% delle riserve mondiali di platino. Prima Moody’s a fine dicembre (il rating attuale del Paese è A3), e poi Fitch pochi giorni fa, hanno cambiato il loro outlook da stabile a negativo, ricordando che la crescita del Pil sta vistosamente rallentando (non più del 2,9% stimato per il 2011 e 2,5 nel consensus degli analisti per quest’anno contro il 4,9 del 20210) e citando come il primo fra i motivi di potenziale debolezza la nazionalizzazione delle miniere, paventata per far fronte ad una catena di fallimenti che hanno portato alla perdita di un milione di posti di lavoro negli ultimi due anni (su 50 milioni di abitanti e una forza lavoro stimata sui 35). Probabilmente, ragiona nel suo rapporto la Citigroup, pur essendo alta la domanda e le quotazioni, il fatto che il Sudafrica sia il Paese che per primo aveva scoperto le virtù dell’export (oro, diamanti, carbone, bauxite) ne compromette in parte le possibilità di crescita. Non a caso, il Sudafrica è quello fra i cinque Carbs che è cresciuto di meno, il 3,8% in media negli ultimi dieci anni. Le impreviste difficoltà nel settore dei preziosi dovuta alla recessione hanno dirette conseguenze sulla stabilità del governo dell’African National Congress, che sta cercando di indirizzare gli investimenti verso settori paralleli: il Paese prevede di aumentare la produzione di minerale di ferro del 70% di qui al 2020 e quella di carbone del 35%. Intanto, la produzione di diamanti resterà piatta e quella di oro scenderà. Anche in questo caso molto dipende dall’andamento della Cina, legatissima al Sudafrica come a tutto il continente africano (è stata la Cina a volere l’annessione del Sudafrica ai Brics l’anno scorso): il fatto che nel quarto trimestre 2011 il Pil cinese abbia avuto un’impennata salendo dell’8,9% anziché dell’8,6 com’era previsto è beneaugurante. «Comunque il Sudafrica come il Brasile e Australia gode di una crescita interessante», obietta Alida Carcano, vicepresidente della Valeur Investments. «In Sudafrica i prodotti minerari rappresentano il 35% delle esportazioni del Paese. Da lì parte il 10% dell’oro e dei diamanti del mondo, il 40% del cromo, l’80% del platino». Insomma, una rendita sul medio termine sicura. «A nostro giudizio un investimento ancora più interessante è rappresentato dall’Africa Sub</->Sahariana, Paesi come Kenia, Nigeria, Ghana». Tutti Paesi guarda caso legati a filo doppio alla Cina. La decisione di Pechino di spingere sul mercato interno oltre che sull’export (vista la recessione in occidente) è un fattore positivo. Infrastrutture tipo strade e ferrovie, grandi opere di ogni genere tipo centrali elettriche, abitazioni e palazzi per uffici, sono divoratrici di materie prime quali alluminio, rame, carbone, bauxite, piombo, zinco, cemento. Spiega Carcano: «La quota cinese di domanda per commodity va dall’11% per il petrolio, al 20% per numerosi cereali, a più del 40% per la maggior parte dei metalli industriali. Ancora più importante è il contributo della Cina alla crescita della domanda di commodity, contributo salito dal 50% nel 2010 a due terzi nel 2011. E’ evidente che l’andamento dell’economia di questo Paese non può non influenzare il mercato delle materie prime».